Post ad ore

(ore 14.40) Ho dimenticato le cuffie, porca quell’Eva porca. In questa biblioteca che fa finta di essere silenziosa sai come mi sarei isolato per bene con Ludwing e le sue sinfonie? Maledizione. Io studio anche meglio con la musica classica nelle orecchie, invece ora devo star qui a condividere il mondo con sta gente. A dir la verità sono silenziosi. Nella sala lettura deve ascoltare, volente o nolente, le ripetizioni, quando va bene, o gli avvenimenti di qualche petulante collega. (ore 16.20) Non ce la faccio però, in una pausa caffè vado e le prendo le mie prodi cuffie. Guerriere fedeli in campi di battaglia che questo mondo non può conoscere. Ho studiato un’oretta in maniera molto proficua. Ora le parole iniziavano ad offuscarsi nuovamente. Non vorrei ci fosse bisogno di un altro caffè. Valuterò. E’ appena finita una Mazurka di Chopin ed è iniziato Kanon in Re di Pachelbel. Meno male, se fosse capitato durante lo studio mi sarei distratto. Ora mi scappa anche un sorriso. Prima ho avuto una botta di misantropismo ingiustificata. Poveri Diavoli. Già vengono qui per studiare, poi si devono sorbire il mio acidume odioso. Va be, torno a studiare. Poi magari aggiungo qualcosa (ore21.38) A casa, con la giornata ormai finita. Mi guardo la partita. Al telefono quella madre triste che non si abituerà mai a tre figli lontani chiede che mi sono mangiato a cena. So che dietro a quella domanda c’è un mondo. Nella mia descrizione ce n’è un altro uguale. Il treno delle 21.40 è appena passato. L’ho udito bene tra le chiacchiere inutili dei giornalisti. Blog, dovresti vedere che casino sta casa. Classica sistemazione da periodo esami…quanto mi fa strano dire sta frase. c’avevo perso l’abitudine. Se guardi bene blog, se rileggi con attenzione questo è solo un elenco di cazzate,(ore 23.35) cazzate che con il passare del tempo continuano ad ammassarsi come la polvere a cui ormai do un nome. dietro il divano c’è Gaspare, tipo simpatico. Chiede solo di essere lasciato in pace con i suoi acari. Quasi mi dispiace ammazzarlo a colpi di swiffer. Lo farò presto. E ucciderò anche le bottiglie rimaste come cadaveri in un campo di battaglia sopra il mio tavolo. Lo farò. Perchè alla fine blog, come già ti dissi una volta, le mie cose le porto al termine. Ho i miei maledetti tempi lunghi ma il risultato l’ottengo. Ci volesse una vita, ci volesse una serata lunghissima che non passa. Tutto verrà terminato. Anche un post iniziato in un modo e finito in un altro scritto da uno che solo poche ore fa era una persona e ora è del tutto diverso. Come ogni giorno, come ogni notte.

(E poi, alle ore 04.41…)

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Scampoli #3

Il compleanno

Se n’era scordato. Tipico. doveva ricordare due date nella vita, neanche quello. Ma ora basta. Gliela avrebbe fatta pagare. Se ne sarebbe pentito amaramente. Già rifletteva, in cuor suo, con chi tradirlo. L’ideà già la eccitava. Il collega che le faceva il filo da mesi? Il vicino di casa che già era venuto a bussare in orari assurdi per il sale? Mentre completava nella mente la sua lista giunse al suo appartamento. Aprì la porta e trovò una festa a sorpresa. Tutti i suoi amici e al centro della stanza lui, sorridente. Dopo pochi secondi di smarrimento, quando tutto fu chiaro si mise a piangere e lo abbracciò. La conosceva bene. Sapeva persino cosa aveva pensato. Non se ne preoccupava. Il sesso da sensi di colpa, lui lo sapeva, è il più eccitante. Sorrise.

Parità di diritti e doveri

Avere un lavoro in isole lontane e meravigliose era causa di profonde invidie. Ma quando fu rapito tale invidia sparì. La gente non sapeva, però, che il gruppo terroristico che aveva organizzato il tutto era un movimento femminile radicale che lottava per la parità dei diritti delle donne. Peculiarità del gruppo era la violenza carnale reiterata sui sequestrati. Quando mandarono una foto alla stampa in molti rimasero interdetti dal sorriso sguaiato e soddisfatto della “povera” vittima.

Consapevolezza precoce

Michele era un bambino prodigio. Capiva in fretta. Troppo in fretta. Sparì a nove anni. Non fu più ritrovato. In televisione, il fratello, credette di vederlo in un servizio su un’isola dispersa nell’oceano indiano. Un trentenne eremita con gli stessi occhi malinconici. Lui aveva avuto molto più tempo per capire ma ora c’era arrivato. Non disse nulla a nessuno, sorrise alla tv e un po’ lo invidiò.

Vivere di lunedì

Cinque del mattino. Un caffè bollente ma cattivo giù per l’esofago. Una tempesta dall’altro lato della finestra. Tuoni. Un po’ dal cielo, un po’ dallo stomaco ancora in fermento dalla sera prima. In una parola: lunedì. Un’altro lunedì. Uno squallido pallino da spostare in quel gigantesco abaco che è la vita. Affacciato verso le strade diventate torrenti incredibilmente sorrise. Fu sorpreso da come la vita goda della vita stessa. Un altro lunedì, già. Un altro giorno su cui spalmarci sopra la sua fottutissima vita.

Amore al mattino

Quando lei si svegliò lo trovò in piedi alla finestra occupato a guardare fuori. Un raggio di sole colpiva in pieno i loro corpi. “Buongiorno. che bellissima giornata, vero?” Lui a quel sorriso così meraviglioso rispose “Già” accompagnandolo con il ghigno meglio presentabile che aveva trovato. Sapeva che il confronto con quello luminoso di fronte a lui era imbarazzante. Lei, però, non poteva sapere che quella notte aveva piovuto continuamente. Lui, sveglio da ore, lo sapeva. A volte l’amore è anche questo, nascondere le tempeste.

La scelta della canzone non è direttamente collegata al post. Niente connessioni questa volta. Magari la musica sognante del buon Zack potrebbe condurvi su quell’isola appena accennata nel terzo mini racconto. Certo, le influenze balcaniche dei Beirut, ancora così forti in questa canzone, possono condurvi dove volete. Quindi, prendete e andate dove cavolo vi pare
Ps
In questo periodo sono molto incasinato. Potrebbero risentirne i miei post e soprattutto le mie visite ai vostri blog. Rimedierò. Un’altra settimana e sistemo tutto. Cià

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Il prato vicino al fiume

(La canzone si addice abbastanza. Magari fate scorrere i primi due minuti e iniziate a leggere. Ma come sempre su questo blog vige l’antico brocardo latino: “Fate un po’ come cazzo vi pare”)

I larghi prati ai fianchi dei fiumi li avevo sempre guardati di sfuggita passando sul Basento. Larghe valli splendenti incastonate tra monti rocciosi e dal verde scuro ben corniciate. Ne ho intravisto qualcuno vicino al Ticino e al Po. Desolati, sporchi, anacronistici. Altri addirittura qui a Roma. Dal ponte Marconi, quello spazio vuoto e desolato dove pochi zingari ne hanno preso un po’ di possesso per spargere la loro desolazione e dove i bambini, per correre da una barraca all’altra, rischiano di darti quella vaga e sciagurata idea di libertà desueta, buona per l’ottocento o gli anni 60, sembra non finire se non nella Basilica e il suo bizantino mosaico dorato sulla facciata e le acque di colori indecifrabili del Tevere, dove solo i gabbiani sembrano non preoccuparsi della salute del “biondo”. Quest’ultimo è simile a questo dove mi ritrovavo con lei. Le auto, su un ponte ad un centinaio di metri, erano sia un sottofondo cauto e leggero, in mancanza di musica, sia un monito per chi volesse tornare in quel mondo che ben si identifica nei copertoni sfigurati pian piano dalla voracità dell’asfalto. Lei, nuda, sembrava proprio trasportarmi in quell’immagine sfocata nei miei pensieri e sogni che tante volte avevo interpretato come un film vecchio, magari francese. Dove la realtà è sbiadita rassegnazione e quello che si vive, in un determinato e fugace momento, è una vita lontana dalla concessioni e connessioni abituali che il mondo distribuisce avaro di momenti degni d’esser vissuti. Lei era così, protagonista di quei film che mi sembravano preclusi nella realtà. Eroi intellettuali, donne dalla libera scelta. Libera nella gestione del loro corpo e della sua destinazione e libere nel fottere la vita come meglio avrebbero creduto. Le canne poco distanti, magari nascondiglio nemmeno minimamente valutato, si piegano al vento che se infreddoliva me, ben difeso dalla mia giacca di velluto e dal mio maglione di cachemire, rendeva ghiacciata la sua pelle glabra e terribilmente attraente. Anche se ad un metro da me sentivo il ruvido della sua pelle infreddolita sotto i polpastrelli, sentivo i turgidi capezzoli trovare sollievo nel caldo della mia lingua e tra i brividi di freddo farsi largo altri di diversa e più piacevole natura. Ma se quel sonno così mal dissimulato era un invito tanto piacevole quanto maldestro ad accomodarmi in quel quadro tanto atteso e ricercato, il fiume davanti a lei era un improcrastinabile meta da raggiungere con gli occhi. Il tempo era a nostro favore e io, affamato, non riuscivo a saziarmi di quei colori tenui. Le nuvole grigie serbanti o l’apoteosi della giornata o la terribile disfatta racchiuse entrambe in diverse idee della pioggia. Il verdastro consumato disperso per centinaia di metri. Forse occhi indiscreti nascosti fra le fronde e le erbacce ma ben accolti in quell’inno all’indifferenza per le convenzioni e costumi sociali. Il volo dei gabbiani disturbato leggermente dalle correnti aeree bizzose e i loro battibecchi ad alta quota per chissà quale privilegio a noi sconosciuto. Quel ponte lontano che conduceva ad una vita il cui fine, ora, era così discutibile e poco consono. Forse avrei potuto scegliere di vivere per sempre sugli argini dei fiumi. Valutavo, d’un tratto, l’intelligente dissociazione degli zingari che, forse, non hanno il timore stupido e razionale di correre dietro ad un airone del fiume passato a pochi metri sopra le teste sognanti. Ma forse è solo il momento. Loro forse invidiano il mio tetto sicuro, solido, non in pericolo per le tormente invernali o le tempeste improvvise d’estate. Già. Ma una volta consolidate le proprie tremanti sicurezze potremmo scambiarcele. In quel momento le crepe di quella vita selvaggia e in bilico tra un amore solcato dal vento o bagnato dalla pioggia non le vedevo e forse mi sarebbe stato difficile scorgerle in tutta una vita. E in più, abbassandomi verso quelle labbra, ad un tratto di nuovo piene di colore e di vita al contatto con il mio calore desideroso del loro più passionale movimento, davvero avrei fatto a cambio. E se il contratto avesse richiesto fedeltà a quel fiume e a quel prato o qualunque nel mondo anche vagamente ad esso somigliante, sì, avrei firmato. Il colore dell’inchiostro sarebbe stato dorato come il sole vicino al tramonto che si fece spazio dietro una nuvola all’orizzonte.

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Il sofferente rumore della serranda che si avvolge su se stessa

(Salve, quest’oggi consigliamo di leggere il post sottostante ascoltando contemporaneamente il brano linkato alla fine. Speriamo che il connubio sia di vostro gradimento. “Prendetevi il vostro tempo”)

No senti questa: fuori c’è un sole magnifico, una giornata di quelle dove nel cielo c’è scritto “vivi e basta” con le nuvole ammassate. Per quello che ne so per strada ci potrebbero essere ninfee arrapate, folletti giocosi, saggi gnomi, prati dai fiori colorati e noi…stiamo rinchiusi in casa con le luci accese? Cioè, le luci sono accese! Ti rendi conto? Il sole fa girare il cerchio della vita manco fosse un concorrente di Iva Zanicchi, (Cento! Cento! Cento! Cento!) e noi ci nascondiamo dietro una persiana ancora mezza abbassata? E poi dici che l’umanità fa schifo. E ci credo, ci crogioliamo nelle tenebre più bieche, ci accoccoliamo nel buio, ci stiracchiamo nell’oscurità come gatte dopo l’amplesso. Alla fine, la notte, ti entra dentro. E niente fa più notte di due, tre, cento, mille cieli scuri che si incontrano. “Prima il dovere e poi il piacere” sono d’accordo ma credo che dovremmo riformulare la nostra idea di dovere e piacere. Il piacere non può essere una perversa ricompensa ad un dovere sprofondato nel più vile dei ricatti di questa società. Siamo esseri si o no? E fatemi vivere, cazzo. Concedetemlo sto cazzo di sole, poi vedi come ti produrrò qualcosa. Ma per farlo devo incontrare chi dentro ha un altro sole che esplode. Che banale retorica, fratello mio ma davvero non so come dirlo. Non possiamo vivere sotto la dittatura delle tapparelle abbassate. Aprile, esci sul balcone, mettiti i tuoi mille mondi sulle spalle e vai. La colpa delle città si palesa nelle mille finestre chiuse dove un’infinità di anime stanno lì staccate da tutto. Come è facile controllarle. Come è facile portarle dal lato scuro della forza. Porca miseria Luke, hai fatto il culo a tuo padre e non sei capace di battere un migliaio di finestre chiuse? Che la forza sia con noi. E’ giorno signori. Fate risuonare il sofferente suono della serranda che si avvolge su se stessa. Faranno male gli occhi, è normale, ma è così solo all’inizio. Poi desiderete averne altri dodici e comunque non vedrete abbastanza.

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Dimmi che stai pensando a qualcosa di utile…

Le 13. Quest’orario significa solo una cosa: pranzo. Bene, come fai a cucinare se non ne hai la minima voglia? Oggi mi ha fregato pure la voglia di andare a mensa che non si è presentata. Ufficialmente per “rimanere a casa a studiare e non perdere qualche ora nel viaggio e nelle chiacchiere da bar post-pranzo” ahahahah che simpatica burlona. Come se qui non ci fossero i simpson e DragonBall. DragonBall!!! Mi fa venire in mente mio nonno che mi rimproverava di vedere (oddio, non mi ricordo il termine esatto che usava) quelle sciocchezze quando avevo 5 anni. All’epoca leggere i quotidiani o esporre tesi “sull’intensità dell’idea dell’inconscio nelle pretese artistiche degli individui” erano passatempi poco entusiasmanti. E’ quasi magia johnny e i cavalieri dello zodiaco mi prendevano di più. Perdonami, nonno. Il problema è ora. Capisco i Simpson ma…Dragon Ball. E che cazz. Ma va be, Nonno devi avere pazienza. Molta pazienza. Consolati con il fatto che prima e dopo la tv è sempre spenta. In compenso spreco giorni, mesi, anni davanti al mac. Lui avrebbe trovato altri termini per biasimarmi. Torniamo al pranzo, comunque. Non ho voglia di prendere in mano pentole e padelle ma c’ho na fame niente male. Mi verrà in mente qualcosa o scatterà la molla. Nel frattempo ho il cervello ben arroccato sulle sue posizioni imperscrutabili. Mi piace osservarlo, chissà cosa starà tramando. Qui la situazione degenera di giorno in giorno ma lui è tranquillo, calmo. Non so se fidarmi, non vorrei che fosse come quello che sta morendo annegato e chiede aiuto a Dio che promette di salvarlo. Passano tre scialuppe e lui, sicuro, dice di andare pure. Alla fine annega e se la prende con Dio e lui gli dice “ma scusa, ti abbiamo mandato tre scialuppe. Che cavolo ti gira per la testa? Ma cosa vuoi?” Eh già….non sono sicuro di aver capito il nesso ma come ti dicevo il mio cervello c’ha le sue ragioni, le sue idee, la sua logica. Mah. Lo sento che riflette, che pensa, rimugina. Ma non ne esce fuori nulla. Nel frattempo, cazzo, avesse pensato a qualcosa di più complicato di una fottutissima spaghettata aglio, olio e peperoncino. Amico, sei proprio una fregatura.

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Mini Magnum e ripetizioni

Praticamente, non vorrei essere ripetitivo. Ho una bozza da qualche giorno scritta di getto (lo faccio spesso) ascoltando musica nelle cuffie ad alto volume. Il pezzo è scritto per associazione diretta ovvero non mi sono concentrato troppo sulle parole, ho scritto e basta. Mi piace farlo perchè di solito il risultato mi aggrada, mi piace. Sembra puro e genuino succo d’anima concentrato, da servire freddo con ghiaccio o a temperatura ambiente con una fettina di arancia. Il post che ne è uscito mi piace molto. Un formato diverso, frasi ad effetto, metafore come piacciono a me. Però c’erano di nuovo stelle, pianeti, universi, ecc ecc. Già scritto e spesso riscritto. Per carità, il tema mi piace. Per la miseria, la nebulosa d’Andromeda è il simbolo di questo blog (Tra l’altro, hai notato la nuova icona del blog in alto a sinistra? A me me piace)! E’ una delle metafore migliori che si potrebbero trovare. “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me” Vedi? Mica le uso solo io. Solo Kant è figlio della gallina bianca? Mah! Però ora non si può scrivere continuamente di stelle. Aspetterò un po’. Vedi Calvino? Prima fa volare un ragazzino tra gli alberi di mezza Europa o crea città fatte di sole tubature d’acqua e poi fa innamorare un povero sfigatello di città di una ragazza illuminata ad intermittenza da una scritta pubblicitaria gigante sul palazzo di fronte. Variegare signori, variegare. E poi i miei mini-racconti mi piacciono così tanto. Sembrano i mini-magnum. Quando non è ancora estare e hai fame alle 16 quelli ci stanno a fagiuolo. Beh, io vado a produrre, blog. Ti lascio con le mie riflessioni deliranti.

Te’, beccate questa

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Scampoli, brevi, di vita

Amore?

Era sempre fredda, distaccata e spesso lo trattava male. Lui l’amava e tutto ciò lo addolorava, si sentiva un peso di troppo ma nelle notti tempestose lei lo cercava e lo abbracciava tenendolo stretto. Ciò gli riempiva il cuore di gioia e gli mandava il cervello in totale confusione e finiva che dimenticava i suoi atteggiamenti quotidiani. Non seppe mai che lei, totalmente insofferente agli uomini, se lo portò in casa esclusivamente per i temporali di cui aveva una fifa matta. Il cuscino, a quanto pare, non aveva una massa sufficientemente rassicurante da abbracciare

Amore

Lui le manifestava il suo amore continuamente. Se il suo cuore lacrimava gocce rosse glielo diceva. Se una costellazione smetteva di assomigliare a qualche forma che per millenni veniva riconosciuta dagli uomini per prendere i precisi connotati del suo viso egli correva a raccontarglielo. Lei niente. Immobile. Fredda. Silenziosa. In lacrime, capì che ella non l’amava e annunciatole il suo addio si girò verso la porta. Fu lì che gli prese la mano in lacrime anche lei, senza dire nulla se non: “Non lasciarmi”. Lì capì, lo amava anche lei ma non riusciva a dimostrarglielo. Quella reazione lo riempì di gioia ma non riusciva a farglielo ripetere nei gesti quotidiani. Quando si fece troppo forte il bisogno di essere corrisposto fece finta di lasciarla di nuovo. Ella pianse e gli prese la mano nuovamente. L’amore che aveva per lei, però, era pari solo al bisogno di vederselo ricambiato. La lasciò ogni giorno per sessant’anni e qualche settimana. Ebbero una vita felice, piena di lacrime, ma felice

Destino e coerenza

Non si presentò. Lei lo sapeva. Piangeva a quel tavolino del bar nel centro della città. Malediceva gli uomini. Non ne voleva più sapere. Sì, sarebbe morta zitella. Così voleva il destino? Bene, sarebbe stato accontentato. La sua vita infelice avrebbe trovato bagliori di gioia nel suo odio per l’altro sesso. Tutti uguali. Tutti malvagi e crudeli. Tutti da maledire. Tutti da mandare all’inferno. All’improvviso si trovò un fazzoletto bianco davanti gli occhi. Era il cameriere che le sorrideva premuroso. Quando ricambiò il sorriso seppe che il destino aveva altri progetti per lei e che la coerenza non era il suo forte.

L’uomo che vide tutto il mondo

Dieci anni ci vollero. Tutto vide o quasi. L’altopiano degli Urali. Vide i tramonti sulle Ande. Prese a pugni per soldi un uomo in Thailandia, si imbarcò in Vietnam e fu rapito per una settimana dai pirati. Rischiò la vita al confine della Somalia. Amò una donna bellissima in Cile. Fu rapito dagli occhi delle donne in Libano. Fu scambiato per un Dio in una foresta dei Caraibi. Prese freddo su una slitta di cani sperduta in Lapponia. Fece proteste in Iran rischiando ancora la vita. Rifletté sul senso dell’universo nelle lande sperdute dell’Islanda. Quando tornò a casa, invecchiato, abbracciò la madre e dovette rispondere ad una domanda a cui, tutti quegli anni di vagabondaggio, non avevano dato una risposta. “Che cuciniamo per cena?” “Non lo so ma’. Vedi tu, a me va bene qualunque cosa”.

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