Vulcani e vulcani

Jacek Yerka

Jacek Yerka

Quello che importa è come metti le dita sulla carta. Come impugni la penna. Come la fai scorrere sul foglio. Stessa cosa vale per i tasti e per il loro rumore. Conta davvero solamente come la usi, la tastiera. Se quello che si imprime sullo schermo o sui quaderni è quello che volevi è già un bene. Poi però, devi sapere che ciò che rimane lì ha un peso e tu ne porti la responsabilità. Non ti serve ad un cazzo scrivere puttanate. Ne ho già lette tante, non ne voglio altre. Basta. non mi interessa. Non abbiamo tempo da perdere, amico mio. Ne abbiamo perso fin troppo dietro i film inutili, le storie vuote e le canzoni inservibili. siamo qui per fare danni, amico. Per sabotare, per unire i fili, per lanciare le bombe molotov. E solo se quello che lasci lungo i tuoi fogli vale la pena d’essere letto che noi avremo un senso. Deve valere come gli ultimi tre capitoli di The grapes of Wrath. Deve far saltare in aria i vulcani a distanza di decenni. Amico, dobbiamo farci saltare in aria le anime a vicenda, altrimenti a che serve. Non sono qui per farti passare il tempo. Io sono qui per darti l’impressione che la tua vita serva a qualcosa. Io sono qui per dirti che quello che pensavi un tempo non era sbagliato. Per donarti la consapevolezza che essere nella squadra giusta è l’unica cosa che conta. Le sconfitte fin ora non erano importanti. Te lo giuro. Hai sbagliato proprio punto di riferimento. La partita è iniziata tanto tempo fa. Roba che io e te eravamo ancora residui di comete schiantate al suolo. Che importa, dunque, se stiamo perdendo? E chi lo dice, poi. Non sappiamo neanche dov’è il fottutissimo tabellone. Io so solo che devo correre, amico. Io so solo che non mi basta segnare. Io fino alla fine devo fare il gol in sforbiciata. Crossa al centro che rovescio, quindi. Io ho il senso dello spettacolo. Non voglio solo vincere. Voglio stravincere, umiliare l’avversario. Voglio che alla prossima partita sia da idioti non chiamarmi. E tu vieni da me a lamentarti? No. Non c’è tempo per lamentarsi. Abbiamo solo qualche attimo per esplodere. come uno di quei vulcani che poi ha cambiato l’atmosfera del pianeta. Bisogna solo capacitarsi della cosa. Io mi sto attrezzando. Tu, hai iniziato il viaggio?

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E se…

Ivan Aivazovsky

Ivan Aivazovsky

E se fosse solo un pretesto quello di scrivere? E se quello che contasse davvero fosse quell’immagine che viene fuori carica di rabbia, di odore, di sangue, saliva, sperma, fango, sabbia, acqua. E se ogni singola parola avesse ferito a morte qualche meandro dell’anima e pra dentro c’è un angolo che sanguina e da quel sangue prendono vita mille pegaso che prendono il volo verso l’Olimpo. E se Medusa avesse saputo che il suo sangue avrebbe dato vita ad un gigante e ad un cavallo alato capace di scalare la casa degli Dei, si sarebbe data da sola una spuntatina alla testa? E se tu sapessi che le mie parole potrebbero essere mille ciclisti in fuga su una montagna sacra, milioni di skater bloccati in un salto spettacolare o un’onda che si racchiude su se stessa per catturare un surfista che fugge? E se io fossi mille corse a perdi fiato e se tu fossi solo un’altra tempesta di fulmini? E se io fossi pioggia che ti solca l’anima e i vetri della macchina? E se tu fossi il sospiro sotto le lenzuola fradicie di sudore e morsi sulla schiena e sulle natiche. E se io… e se io… Vorrei percorrere a nuoto le note di quelle canzoni che mi istigano il tormento rumoroso dei tasti. Correre tra vette di colline e di monti al centro dei miei pensieri fino a scriverti cento nuove poesie solo per vedere che effetto fanno messe dietro ai nostri corpi come scenografia. Con la gente intorno messa lì come stand-in, buoni solo per dirci se la luce è quella giusta e se l’inquadratura è quella che vogliamo. E se poi volessi prendermi per il culo da solo per certi post? Mhh. Sai, ogni tanto ho voglia di pensarti per metterti nero su bianco. Per vederti scorrere su un foglio. A volte sento la tua pelle nella ruvida consistenza della carta o sotto la quadrata resistenza dei tasti. È normale? Io dico di sì. Mi sento un po’ come Conrad. Guardare fuori dalla finestra è un lavoro che ci impegna. Non è facile, eh. Ti prego di considerarlo se eventualmente volessi fare reclamo. Penso che scriverti mentre le costellazioni compiono la loro danza eterna sia già abbastanza.

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Ogni tanto

bite

E i tuoi occhi neri, come stanno? La pioggia ha terminato di accarezzarne i contorni morbidi? Piove ancora, lì dentro? Qui non so come stiamo messi. Vedo tempeste e grandine ma anche assolate giornate dove qui si corre spensierati. Ma i tuoi occhi? Voglio sapere dei tuoi occhi. È da tanto che non ci scrivo niente sopra. Di te non me ne frega nulla. O così dico in giro, almeno. Neanche a te te ne frega niente. Ricordi le tempeste che si sarebbero sfiorate senza incontrarsi? Ecco. Anzi, eccoci. Tu solchi i cieli come le rondini cavalcano la primavera. Io ho turbinii dentro che non riesco più a domare. Alla fine stanno scoppiando tutti, beati loro. Mi ritrovo a pensare e a pensare. questa pagina l’ho lasciata appesa per giorni. Ho trovato la stessa canzone di quella volta. Ecco il perchè della domanda sui tuoi occhi. I giorni intanto sono passati e così i pensieri. Stasera mi sono ritrovato a pensare ai tempi andati. Solo un bicchiere di Scotch sta trovando un collegamento tra le due cose. Non lo so. forse volevo scriverti. Come ad una vecchia amica. Quella che non sei, certo. Ma certe cose le puoi capire solo tu. Quando ti ho portato per mano a farti vedere quei monti anche tu hai notato che somigliavano ad un’onda. Ricordo che per un attimo sembravamo quasi spaventati. Magari ci avrebbero potuto travolgere. Naturalmente, da povero idiota, non ti ho baciato. Non ho approfittato dei monti in piena. Ma siamo tempeste che non si incontrano, ricordi? a me ogni tanto torna in mente. Ci penso e butto giù due righe. Non capitava da tanto ma il whiskey e i ricordi del passato ogni tanto fanno questo effetto. Stasera ho ascoltato i Placebo e Schumann. Ad Ezio Bosso, così come ai tuoi occhi, avevo già pagato un giro. Facciamo così, Schumann me lo tengo per me. Col whiskey viene giù bene. Ti lascio Twenty Years. Il titolo mi sembra ironicamente azzeccato.

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Danza Ungherese n.11

manara

Stasera niente di che. Solo uno strano abbinamento Brahms-Manara. Ai posteri (o agli psicanalisti) l’interpretazione

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Il primo dell’anno…

Jack Vettriano

Jack Vettriano

Forse è una delle poche cose a cui credo. Il primo dell’anno devo fare qualcosa di decente così che debba ripeterlo durante l’intera annata. Io non credo a queste cose. Sono stato creato per fregarmene. Ma questa mi si infila nei meandri del cervello e mi domanda velenosa: “E se fosse così?” Chi me lo fa fare di vivere col dubbio. Con il senso di colpa durante le lunghe e inevitabili pause dove lascio la polvere di vita sedimentare nelle mie botti pregiate. Preferisco scrivere, che non fa mai male. Ritieniti fortunato blog. Il quel “non so che d’artistico” da compiere per saltare a piè pari la superstizione è toccato a te. Sei depositario, dunque, delle mie bassezze e delle mie ansie ma anche di quello che ritengo più lucente. Quelle parole che ad un tratto prendono il volo in capriole acrobatiche. Stasera non voglio dire niente, blog. Non voglio spremermi in giudizi, analisi e quant’altro. Oggi scrivo per il piacere di farlo e per gustarmi ogni singolo tentativo che farò nei prossimi 365 giorni. Ne scriverò di minchiate, blog. Prenditi la prima del 2015. Ma pregusta anche ogni singola lettera che prenderà parte a quel volo contorto che spesso la mia scrittura si dedica, assumendo quelle strane traiettorie nel cielo che a volte è piacevole seguire come la scia di un aereo.

Con affetto
Vi

Per la canzone la scelta è inevitabile. Un anno più vecchio, un anno più saggio

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Punti di notte

Miguel Freitas

Miguel Freitas

  • Ho trovato un mio vecchio pezzo. Inservibile. Mi sono accorto che aggiustandolo un po’ diventa il finale perfetto per il capitolo numero 6.
  • Niente è inservibile.
  • E’ l’1.26, in questo momento. Digitando il punto è scattato il 27. Mi sono accorto che a quest’ora è necessario scrivere qualcosa.
  • Mi è scattato il periodo Whiskey. Tra Jameson e Glen Grant mi è partito l’embolo Hemingwayano. Adesso ne avrei proprio bisogno. Almeno un goccio. In questo momento però c’è solo della grappa barricata. Me la faccio andare bene.
  • Pensa. Ho scritto questa poesia, no? Beh insomma, c’è questa immagine di lei che si gira. Questo preciso movimento non è certo di mia proprietà intellettuale. Ci sono capolavori del cinema del passato dove lei, magari fermata dalla prese forte di lui, si gira e scatta il bacio da finale di nuovo cinema paradiso con tanto di colonna sonora di Morricone. Ieri ne avevo scritta un’altra sulle sue labbra. La shooting list della scena sembra fatta. ma mica va a finire così. Io ho mille pensieri per la testa. Lei ha più o meno la stessa cifra conficcati nel cervello. Inoltre sembrano esserci un sacco di altri problemi in mezzo tra burocrazia, caselli autostradali, servizi televisivi, confessioni religiose, alberi genealogici, documenti d’identità. Però, è bello sospendere tutto come se qualcuno avesse schiacciato il tasto della pausa. Lei è lì. E le distanze siderali si sono ristrette e ora anche le rondini ci volano in mezzo. I baratri sono stati riempiti. Di fronte non c’è più il vento ed il vuoto ma il rosso della sua pelle, della sua bocca e del suo cappotto. Sarebbe bello. È come se avessi due carte davanti al tavolo di capodanno. Una è un re di denari. Io sorrido. qualcuno già sospetta che ci sia un sette del medesimo seme dietro l’altra. Dovrei poterla girare. Di regola la devo girare. Proprio come nella mia mente ha fatto lei. Voglio creare suspense, però. Quindi cambio le regole e non la giro. Ci metto su una moneta in disuso e sornione e felice dico soddisfatto: “Cinquecento lire e sto”.
  • Il suo corpo mi aveva sempre colpito. Ormai lo conoscevo bene ma continuava a sorprendermi ad ogni nuova posizione. Ora, ad esempio, era in piedi a scegliere qualcosa da mettersi. La luce dorata del lampione più nottambulo di noi era ammaestrata sapientemente dalla sua veneziana. Grandi registi americani degli anni 80 non avrebbero saputo fare niente di meglio. I blocchi paralleli di luce sul suo corpo nudo erano una fotografia spettacolare. Dalle caviglie incrociate, lungo le cosce, il sedere e infine la lunghissima schiena, si scorgeva una lunga carezza . Ora da parte dei fasci luminosi, ora delle barre di ombra. Io ero seduto su una sedia accanto alla finestra ma ero meno figo di quello che volevo far credere. Emisi una nuvola di fumo lungo i raggi dorati del lampione. Ogni piega del mio respiro luccicò. Non volevo che si notasse ma quell’effetto mi eccitava come un bambino.
    «Sei proprio un bimbo»
    Si era girata nel momento sbagliato ed era munita di un pericoloso sorriso.
    Cercai di recuperare il tono perduto. Mi alzai. La mano destra penetrò nella folta schiera dei peli sul mio petto. Guardai fuori […]
  • Alcuni racconti continuano altrove.
  • Sono quasi le due e la mia grappa non è ancora finita. Ci vuole il whiskey, per scrivere. Ci vuole il whiskey.
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Non ha i tuoi demoni e i tuoi occhi

alex andr

Non hanno i tuoi demoni e i tuoi occhi,
quando varcano a piedi nudi
l’uscio delle nuvole.
In punta di piedi entrano
rivelandosi da dietro
il sipario azzurro del cielo.
Eppure guardandole non c’è neanche
un fulmine che le disegni sulla tela
stellata della notte.
Il loro profumo, per quanto inebriante,
non ha sentori di ginepro e rosmarino
e neanche dell’aroma dell’inferno
che ti si sprigiona dai pori,
sotto il percorso arduo e avventuroso
delle punte delle dita.
No, non hanno i tuoi demoni e i tuoi occhi
e per questo le parole in vortice
non le seguono mai come tempeste.
E nessuno rischierebbe per loro
di perdere le fresche brezze del paradiso
in cambio di una fiamma inestinguibile
che ti brucia.

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