Ma come cazzo si dice?

The Married Man

Scriverò un giorno un articolo intitolato “come si dice?”. Ci penso da tanto. Uno che vuole scrivere deve rendersi conto che con le parole deve instaurare una fruttuosa relazione. Bene, quando queste cazzo di puttane maledette non si decidono a mettersi in fila per eiacularmi dal cervello inizio ad innervosirmi. Tu, Vi? Proprio tu? Proprio tu ti abbandoni ai pensieri balbuzienti, al “ehm ehm eeeeeeeeee mhhh”? E sì, proprio io. Se non vengono, non vengono. Hai voglia a sbraitarli contro minacce inutili. Hai voglia a bestemmiare contro la sorte. Non serve riempire il cervello e gli occhi di immagini. E ne metto tante, lo giuro. Ho mandato giù dalle pupille i colli umbri, i vicoli di Orvieto, un paese arroccato su una rupe come un abbazia medioevale abbandonata, un corpo di donna nudo, una pelle lunga quanto i deserti, le strade che dalle sue gambe, passandole dentro, terminavano fuori dalle sue labbra, stanze piene dei nostri odori impregnati sulle pareti e sulle lenzuola. Roba che ogni tanto dovevo chiudere le palpebre per lasciare che tutto si depositasse attraverso i bulbi oculari. Le parole poi non sono uscite. Non si sono accerchiate intorno un foglio aggredendolo con inchiostro nero. Eppure, a che serve? Le mie parole del cazzo escono fuori quando vogliono, quando possono e quando devono ma scelgono loro i momenti. Se l’Etna decide di esplodere non deve mica fartelo sapere a te. Se una tempesta deve allagarti i sotterranei e i pensieri non si preannuncerà prima del primo tuono in lontananza. Fattene una ragione. Eppure sento tutto. Si è ammorbidito e piano piano fermenta. I movimenti della terra, a chilometri di distanza, non li avverti. Qui è più o meno la stessa cosa, anche se qualcosa la percepisci. Senti un leggero pizzicare sotto i piedi. Bene, quello che senti non puoi scriverlo. Magari puoi mentire ma verrà fuori una minchiata di proporzioni bibliche. Preferisco essere onesto e sentirmelo esplodere dentro come un orgasmo. Sentire che inondo carte, tastiere, lenzuola, strade e terrapieni. E desidero che gli schermi, i quaderni e il corpo nudo in questione sentano la fuoriuscita della materia informe che mi sgorga da dentro. Le senti le parole? Non ritieni che ora questo o quel sinonimo abbiano poca importanza? Non credi che sarebbe superfluo farmi il figo sfoderando paroloni come erezioni incontenibili attraverso i jeans? Che poi, chi leggerà su carta, non saprà niente della stanza che ci ha contenuto a malapena. Ne immaginerà una totalmente diversa. I corpi saranno altri e altre saranno le grida, i tuoni, i colli. E così, le parole stampate avranno altri sensi e altre interpretazioni. Pensandoci, non me ne frega un cazzo di come si dice . Lungo le strade attorniate dai tuoi nei, che percorro da migliaia e migliaia di anni con i polpastrelli delle dita, parlo in maniera sapiente una lingua che non necessita delle parole. Ogni tuo sorriso capisci cosa voglio dire. Ogni mio sguardo capisco cosa vuoi rispondermi.

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