La casa e il vestito a fiori

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Ho visto una casa bellissima qualche mese fa. Sperduta in un luogo lontano da tutto e tutti. Era adagiata su un colle e tutto intorno le si apriva l’Universo. Sì, solo una porzione, quella che conosciamo. A sinistra Montefinese, davanti il tuo paese, a destra ruderi di case abbandonate che un tempo erano un luogo pieno di persone e ora sono quello che la gente chiama paese fantasma. Tutto intorno c’era il grano maturo che si distendeva e ritraeva ad ogni raffica. Il vento era come un movimento di una sinfonia di Beethoven. Un equilibrio perfetto tra armonia e silenzi. Sapeva, come il buon Ludwig, quando tacere e quando crescere a dismisura facendo alzare le pule intorno ad un mulinello d’aria che spazzava il cortile. Poche volte ho visto un panorama così bello. Ho pensato che lì di fronte potresti starci bene, appoggiata alla porta mentre il mondo ci guarda contemplarlo in pace. E magari, ad un tratto, potresti girarti verso di me e sorridere.

Arrivati a questo punto, sinceramente e anche un po’ sorprendentemente, non ho più molte parole. Le immagini rimangono tante. Sembra un film di Terrence Mallick, almeno nella fotografia. Ti seguo e i miei occhi sono un grandangolo selvaggio. Tu che ti fai strada tra il grano, in un lungo vestito scuro a fiori. Ora ti vedo in un Campo Lungo, su un costone del colle e sembri così in armonia con i pochi alberi che spuntano dalla terra arida, che di malavoglia ha concesso le spighe che stai raccogliendo tra le mani e tra i capelli.  Io lì vorrei solo scrivere. Fare pausa ma solo per scrivere qualcosa di diverso per te. E tu potresti cantare, con i falchi grillai che planano sulle tue note e un nibbio reale, poco più in alto, a volteggiare come un Largo ma non tanto.

Ho il cervello che cammina molto velocemente. E questo film nella mia testa è già in distribuzione. Da quest’altra parte dei miei occhi so che non è una scelta azzeccata. Eppure i tuoi sorrisi che hanno quell’aria così simile ai campi di grano spazzati dal vento come possono esimersi da leggere le mie stronzate? Come si rischia. Ma infondo rischiamo ogni giorno e poco mi interessa. Se le tue mani che camminando sfiorano i papaveri e i tuoi occhi che rimangono incantati per la danza dei pini e degli eucalipti nel vento, possono andare appoggiarsi dove vogliono e dove vorranno, se sarà il mio corpo o il mio viso a fermare la loro corsa tanto meglio. Meglio perché entrambi abbiamo la chiave da mettere davanti al pentagramma dell’altro. Questo lo sappiamo. E solo così la melodia avrà un senso.

I nibbi volano altrove ora. Io non mi sento ispirato ma da qualche parte quella casa sperduta è viva. Mi aspetta. E tu sei sull’uscio, con lo sguardo perso verso ovest, nelle orecchie una sinfonia di Beethoven e sulle labbra un sorriso che conservi per me.

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Gli effetti strani

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Ci sono cose che ti provocano degli effetti strani. È difficile da spiegare. La questione sta tutta lì, nella difficoltà di spiegarli a parole. Aiutano gli ossimori e soprattutto le sinestesie. Perché addosso senti fuochi freddissimi che scendono giù per la pelle. E sono talmente freddi che ad un tratto senti divampare un incendio. E mi pare di aver sentito gli odori del gineprio sotto i polpastrelli, quando quel ciuffo ribelle l’ho adagiato sull’altro lato del tuo viso. Aperto come le polveri luccicanti della nebulosa di Orione. Ma sono le parole, che escono fuori come le bestemmie dei carcerati o le banalità sconnesse degli innamorati che non hanno mai letto un libro,  a creare maggiore confusione. Quando le lanciamo come salvagente nell’oceano nella speranza di salvarci l’un l’altro. E quel salvagente speravi proprio che ti arrivasse. E quando ce l’hai addosso quasi ti senti in colpa. Metti in dubbio di meritarlo. Ti eri quasi abituato alle onde alte 6 metri che ti investono. Poi però, messo al sicuro su quella barca piena di derelitti quali siamo, vedi che la rotta continua comunque. I mari solcati sono quelli. I porti in cui la nave scarica e carica sono sempre gli stessi. Qualcuno può contarne un paio di più, magari segnato da tatuaggi e cicatrici sulla pelle. Ma ogni molo si assomiglia, a suo modo. E che effetto fa un porto in cui ti dici: “Qui l’àncora la getterei davvero”? L’àncora la getterei davvero?! Io, vecchio lupo di mare e di tempeste? A volte penso che i maremoti ci piacciono. Ci piace rischiare il naufragio ogni volta e raccattare i resti tra i flutti in qualche isola deserta. Ma ogni marinaio sa che non è così. L’effetto strano che ti fa il grido “Terra!” nessuno che ha preso il mare lo sa spiegare. Vivrebbero sempre sulle onde ma è quel grido che vanno cercando. Sperando che il porto sia quello giusto dove approdare. Dove nelle taverne vicino ai moli si beve buon vino. E magari il tramonto dalla costiera è il più bello di sempre. Dove forse c’è un prato dove stendersi e da cui si può vedere il mare, gigantesco e infinito, e magari dove aspettare un mese, otto, o magari anni per riguardarlo con chi è approdato in quel momento. Dopo aver navigato per altri mari e aver visto altre spiagge. E magari dirsi: “ecco il prato dove ti stavo aspettando. Ora che sei arrivata fa uno strano effetto”. Già, fa tutto uno strano effetto. E a poco serve scriverci sopra cercando di spiegare che significa. Tra le nostra urla colorate, le nostri pelli in tormenta, le nostre ruvide luccicanze sotto la luna e altre sinestesie a caso, un senso ci sarà. Lo scopriremo forse sulle labbra dell’altro, sulle mani che corrono lungo la schiena o magari semplicemente in un paio di bottiglie di birra finite sul belvedere. E io lungo il tuo sorriso e tu addosso ai miei occhi forse proveremo un effetto strano. La cosa importante, però, sarà che non ci sarà bisogno di spiegarlo.

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Questo blog era un attimo in giro.

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E quindi qui le cose sono andate avanti senza di me? Vedo che pochi giorni fa ci sono stati 5 visitatori per una cinquantina di visualizzazioni. Su dai, che cazzo volete? Qual è il vostro problema? Come avete trovato questa piattaforma a largo di Kepler o Tannhauser? Mah. Io pensavo che le cose fossero cambiate in questi anni. Non scrivo dal 2015. Eppure, evidentemente, quello spirito sublime e di merda che spinge tanti deficienti come me, dal più incapace al più talentuoso, a mettere le mani sulla tastiera è ancora forte e attorcigliato intorno alle nostre vite. Ad esempio questo pezzo è per chi in passato ha lanciato nei server dei siti americani le sue foto. Le foto di questa persona avevano sorrisi a metà. A metà perché per qualche strano motivo psicoanalitico, nell’inquadratura veniva sempre un volto a metà. Che se volete una spiegazione ve la do. Questo blog, più o meno, nasce per lo stesso motivo. Perché di fronte, l’uno all’altro/a, abbiamo sempre un agglomerato di molecole, atomi e particelle che vi passa solo una parte delle informazioni. Ci nascondiamo. Io lanciavo qui bombe termonucleari nell’etere, che esplodevano lontane da tutto e tutti. E tante altre sono esplose su pianeti che nemmeno Hubble ha mai intravisto. Anche quei selfie a metà, con mezza carica esplosiva, sono esplosi lontani da tutti e tutto. Nessuno ha sentito quel rumore. Ma l’esplosione c’è stata e ha fatto danni. Qualcuna di queste, a volte fa bene. alcune di queste esplosioni (mi assumo la responsabilità di quello che dico) sono proprio necessarie e dovremmo farcele esplodere in mano.

Io queste esplosioni le voglio. Sono in guerra, da volontario. Voglio fare danni enormi a me stesso, agli altri e al mondo. Non c’è da avere paura. Ma tu che leggi devi sapere che prima o poi qualche bomba a mano dovrai lanciarla anche tu. Per vedere che succede. Se qualche muro che ti opprime il capo come una corona di spine, magari, può venire giù. Per vedere se le armate nemiche, spaventate dal tuono della deflagrazione, possano scappare via. Devi provare. Tira la linguetta con i denti. Conta fino a cinque, non di più, e lancia. Non so dove e quando esploderà ma da qualche parte qualche danno ci sarà.

Non lo avrei detto blog, ma un po’ mi mancavi.

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Sia per me sia per te

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Scrivo di appartamenti. Perché è questo quello di cui dovremmo scrivere. Quello che succede dentro gli appartamenti. Da dove stai leggendo questo post? Non sei mica su una spiaggia in Costa Rica, amico/a. O se lo sei, devi per forza venire su vince2006.wordpress.com? Gli appartamenti sono stazioni orbitali in giro per l’Universo. Isolate dal nulla. No, non c’è niente di romantico, baby. E non per i detriti spaziali. Non per i satelliti che ti tagliano velocemente il cielo di notte, quando lo guardi e tu non lo sai ma a volte si scontrano tra loro e vengono giù ad illudere i desideri che lanci all’inseguimento delle loro scie infuocate. Perché, fuor di metafora o dentro ad una più grande, dietro la porta non c’è niente. Niente, almeno, per il quale valga la pena girare volontariamente la maniglia. Perché tu, il giorno, quella maniglia l’abbassi perché devi. La notte, a volte, vai in posti che tanto sarebbe lo stesso rimanere a casa. Sono depresso? No, bella, tutto il contrario. Io da qui vedo la luce. La vuoi vedere? Vuoi venire a sdraiarti sul mio manto di stelle? Potremmo dare il nome a qualche costellazione, potrei leggerti qualche verso, potremmo scopare. Fai tu. No, senti. Rimani lì per stasera che tanto non capiresti. O meglio, da un certo punto di vista hai già capito. Lo hai fatto in passato in quel dannatissimo sogno, pensiero, nodo ad un fiocco per il quale ti svegli ancora la mattina. Quella luce che vedo io è la stessa per la quale quando ti sbronzi, per un attimo, sembra andare tutto bene. Sai quando di estate sembra che le cose abbiano un senso diverso? Con il tipo figo che ti dice qualcosa tipo: “Ehi, ha ragione”. Bene, quella cazzo di ragione, a turno, ce la siamo passata tutti. Neanche fosse una siringa d’eroina o una canna. E l’effetto è lo stesso. La ragione ci ha sballato. Abbiamo creduto di meritare le stelle e di avere dentro il cosmo. E ora tu stai qui a leggere un post su vince2006.wordpress.com?! Cosa cazzo abbiamo sbagliato? Beh, penso che le colpe principali siano ancora sulla tua maniglia. Fuori, da qualche parte, c’è ancora quello zingaro che ti aspetta per scopare sulla riva di un fiume. C’è ancora quel discorso illuminante fatto sotto le stelle che deve finire per forza con un paio, magari di più, di corpi nudi che si stringono. C’è ancora un vecchio/a su un treno che deve passarti tutta la sapienza degli ultimi quindici secoli con uno stupido aneddoto su quando viveva vicino Torino. Eppure, amica mia, rimaniamo qui strangolati dalle pareti a scopare, leggere, piangere, ridere, guardare, morire, morire, morire ma con un velo d’alienazione negli occhi e in giro per le vene. I tuoi pompini portano piacere, non gioia. Le carezze sul tuo corpo sono un atto necessario ad espletare l’esperienza sessuale. Non sono quello che dovrebbero essere: in linea con il movimento delle galassie, solidali con l’alternarsi delle stagioni, colme degli odori e degli umori delle piogge estive e del tepore del sole invernale. Capisci? Capisci perché nei racconti metto la gente al di qua delle porte? Loro che continauno ad essere sferzati dal vento e dal destino. E su di loro, manco fossero mattoni lerci di calce, costruiscono questo mondo, che quando eravamo giovani io e te, lo facevamo esplodere a colpi di comete e fantasia.
Ecco perché scrivo di troie, drogati, falliti, di me, di te, di sfigati, di sconfitti, di speranze, di sporco, di ratti, di sorrisi. Ecco perché non posso sempre venire qui a far scintillare stelle o candele, che vai a capire te che metodo uso. Potrei deluderti facendoti scoprire come faccio ad imitare il movimento delle nebulose e del vento.
Capisci, ora?
Capisci perché devi fare qualcosa anche tu? Perché abbiamo bisogno di prendere quei treni o di gettarci per le strade. O almeno di gridare, di mettere qualcosa nei magazzini in attesa dell’inverno.
Io ora scrivo delle nostre stanze dove ci ergiamo in attesa di una rivoluzione che abbiamo atteso da sempre. Che sia di popolo o come diceva la canzone all’interno del mio letto, poco importa.
Non diamo la buonanotte al popolo. Speriamo che sferzandolo di mazzate possa finire finalmente di belare dietro al legnoso sapore del bastone del padrone.
Ma poi, chissene del popolo. Ci sono steppe russe, pianure americane, costiere italiane da percorrere. Potremmo farlo insieme. Magari senza conoscerci e neanche vederci. L’importante è che il monte che ci corre via lontano, alle nostre spalle, abbia il medesimo nome. Sia per me sia per te.

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Mio dolce, fottutissimo, ottobre

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E niente, qui ottobre ha abbassato la saracinesca, ha buttato per strada un paio di ragazzini vestiti da diavolo e se ne è andato via. Giusto il tempo di lasciare un tramonto rosso sangue come il filo di rossetto che le madri hanno disegnato sotto la bocca dei figli. Quanto mi sta sul cazzo halloween. Mi sta sul cazzo quasi quanto quelli che non lo vogliono festeggiare per motivi religiosi. E comunque meno di quanto mi sta sul cazzo la consapevolezza che ottobre sia finito. Non ho potuto godere del suo odore per le strade di Roma. Maledetto. Ho passato questo mese al telefono con degli idioti o rinchiuso in qualche stanza, in qualche parte del mondo. Gli ultimi giorni, per fortuna, nelle stanze c’erano almeno letti disfatti. Da lì sopra, attraverso la finestra, l’autunno non sembrava così adirato con noi, impelagati con elenchi “To-Do” che chiamiamo vita. Gli avvisi dei calendari su internet suonano ma invece che vivere ci segnalano altre puttanate da fare. Nel frattempo i platani si svuotano, cadono giù le foglie e se non fosse per le notti passate aggrappati a un corpo che svanisce in poco più che un abbraccio, questi mesi sarebbero andati via senza un motivo preciso. Come un film che alla fine ti fa dire: “Mah, non l’ho capito”.

Che tempo fa da te, blog? Qui le piogge, quando vengono giù, sembrano essere qui solo per appannarci le finestre. Novembre è vicino. Novembre è già domani. Spero che le parole che sprecherò su questa tastiera vengano dissipate senza parsimonia nelle strade giuste. Buon autunno, blog. Buon autunno.

PS lo so, non è una domenica di settembre ma sti cazzi.

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“Se vuoi esce”

Se vuoi esce, disse. E alla fine è uscito fuori. Cosa sinceramente non saprei. Che qui ci sono vortici belli grossi che se ci cadi dentro non finisci mai. Rimani sospeso in aria. Che a dirla tutta non è male. Una famosa intro di un film diceva che il problema non è la caduta ma l’atterraggio. Hai presente quei video emotional con musica azzeccata, immagini veloci, montaggio serrato? Ecco. Mentre cado vedo alberi, colline, strade piene di curve, volti lisci e una mano che li accarezza. Cazzo, sono in uno spot della mercedes. Ma dimmi un po’, blog. Ce le hai presente quelle persone che ti mandano le canzoni giuste su youtube? Quelle che a sentirle parlare una domenica pomeriggio d’autunno, con il sole già crepato male da ore, sembrano assomigliarti tanto? Quelle che ti chiedi come potrà mai essere diversa la loro vita con un asfalto sotto i piedi, un lenzuolo attorno il corpo nudo, le traiettorie vorticose delle foglie dentro gli occhi. Se ti mandano quelle note qualcosa sotto ci sarà. Magari anche loro sanno della tua idea: anche loro vivono da sempre. E chissà in quale caverna hai incontrato loro. Chissà in quale prato avete dato, insieme, il nome alla prima costellazione. Deve aver riso molto su quella dell’acquario e su quella dell’ariete deve non averci capito niente. La realtà è che certe note dovrebbero ricordarcelo più spesso. Io, invece, dovrei scrivere. Che poi perdo l’abitudine e qualcosa poi muore, da qualche parte e quando nella prossima vita racconterò del perché ho inventato la storia di Atlante ed Ercole rischio di non essere credibile.

 

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Stronzo

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Paaaam
Arriva una notte di settembre dove la voglia di scrivere ti prende quasi quanto quella di scopare. Ti ricordi? Quando non scopavi tutte le sere? Certe volte ti prendeva per la gola. Roba che non capivi dove iniziasse e dove finisse. E ora va meglio? Passiamo oltre, va. Insomma, ho questa voglia di scrivere stasera. Forte, volgare, selvaggia. Con riflessi fedifraghi e maniacali. Ma come altro, se l’obiettivo non è un esplosione di piacere, che senso ha? E come quando non lo si faceva mai e si rischiava il flop per il troppo desiderio, anche stasera rischio di non c’entrare il punto. Ma quando non si scopava e ora che non scrivo da settimane, di chi era/è la colpa? Se alle donne non riuscivo a far capire che mi sarei appropinquato in ogni antro, che mi sarei fermato solo una volta che il passaggio dallo stato solido a quello gassoso (sublimazione, nda) fosse stato completato nella porzione di spazio tra le lenzuola e il mio petto villoso e che i miei occhi li avrei lasciati appoggiati lì ad imitare la costellazione dell’Orsa, era colpa di qualcuno? E ora che i processi sinoptici, mentali, metafisici hanno continuato a susseguirsi, procedendo con ordine all’evoluzione di nuovi cosmi articolati e splendenti e io, coglione, non gli ho riportati su carta o diretti a ritmo di ticchettii da tastiera, a chi darò la colpa? Scrivere è il bisogno di libertà che ti porta a sfondare le frontiere materiali e spirituali. Se parli di perderti per il mondo e poi non scrivi non hai davvero voglia di partire. Scusa blog, sono stato uno stronzo.

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