Scie ed orizzonti

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Scritto il 17 dicembre 2013 – Ponte della Scienza

Vuoi sapere cosa vedo in questo momento?
Un aereo, un aereo che scende verso la linea dell’orizzonte. Sono le 16.48 e lì c’è già il tramonto. La sua coda di vapore e aria s’accende di rosso fuoco. Una cometa artificiale. Una lunga coda di cometa di gas e petrolio che brucia. Altre due linee, questa volta orizzontali, le sorvolano sopra verso due mondi diversi, come due amanti che non si conoscono e che si incrociano per poi perdersi per sempre. Un’immenso arco nel cielo di storni. E per immenso intendo immenso. Se mi giro verso l’est inizia, dopo una lunga conversione del capo verso l’ovest, dove si sta spegnendo il sole, è lì il capo all’altra estremità. Due aironi, più neri di quelli della canzone, sorvolano in coppia il rosato nel lato basso del cielo. Alla mia destra il mio fedele gazometro. Scheletro silenzioso di un passato ormai inservibile. Così i restanti cadaveri industriali che ora si contestualizzano così bene con questo Tevere che sfocia nell’imminente notte. Vedo i palazzi di Roma, la parte alta di Monteverde. Uno sopra all’altro, come due bambini che si sfidano e si graffiano sfidandosi ad arrivare primi sulla sommità bluastra del cielo. L’oro alla mia sinistra, quello che a quest’ora brilla ad ovest, sempre lì, si è andato a nascondersi dietro i palazzi di Marconi. I severi contorni degli alberi sul fiume assumono un colore più scuro. Un uccello ha osato cantare. Forse non sa che la primavera è lontana e neanche che la fine del giorno è vicina. Anche Venere che si illumina lì in alto viene a ricordarcelo. Vedo un palazzo lontano, sempre sulla mia sinistra. Contro ogni previsione alcune persiane sono aperte e illuminate. Tre su 35 circa. Comunque è un buon numero. La vita mi rallegra. Come i lampioni che ora si accendono e accarezzano il pelo dell’acqua fino ad allungarsi con la loro luce per una centinaio di metri. Forse di più. Forse la notte vuole compagnia. Peccato che la sua pelle fredda mi voglia lontano da qui, al caldo di quattro deprimenti mura, mentre proverò ad ingannarla in qualche modo. Buongiorno notte, disse qualcuno. Vorrei tanto stringermi alle tue braccia e vederti svanire con le prime pretese dell’alba. Riposa, notte. Che presto dovrai prendere possesso dei silenziosi colli e delle strade trafficate ad ogni ora. Le luci dell’uomo saranno solo un’illusione a cui io non credo più. Ti vedo, notte. Ti vedo mentre le auto in corsa sui ponti devono illuminarsi per segnalarti la loro presenza. Ora vado ma la tua carezza mi ha rabbrividito come un bacio dell’amante tanto sospirata. Non chiedermi da che lato ma come in una dissolvenza sparirò piano, in qualche strada illuminata artificialmente. Buonanotte notte.

Ps La foto è mia. Scattata su quel ponte. Una delle tante, in realtà.

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