Il Nadir e lo Zenit

alex

Il Nadir e lo Zenit
– A proposito delle mie parole, del loro effetto e di altre piccole stronzate metafisiche.

Quelle parole non erano per te. Erano per quello che rappresentavi o forse per quello che sembravi rappresentare. Pausa. Prendi fiato. Ti rincuori il fatto che neanche io sono sicuro di quello che ho detto. Non ne sono sicuro perché se mi concentro vedo lì i tuoi occhi. Vedo i tuoi capelli che come un velo coprono le vallate desertiche della Cappadocia e i deserti di sale delle Americhe. Vedo i tuoi pochi sorrisi. Quelli che sono riuscito a filtrare attraverso schermi lontani. Sorrisi distanti quanto possono essere lontani il Nadir e lo Zenit. E quando questi due punti si incontrano, penso che possa accadere quello che è successo quando ti ho respirato sul collo. Sì, perché lo Zenit e il Nadir si incontrano. Già il pensarli li avvicina, li fa toccare, li fa stringere in un abbraccio primordiale e arcaico, li fa amare come in una morsa sensuale si amano gli amanti. Li vedi, ora? Uno sopra l’altro? Uno dentro l’altro? Eccoci. Nuovi modelli fiammanti di Aleph. Già su quel collo ho letto questo post. Su quel profumo ho scritto mille parole che avevano lo stesso suono del tuo nome. Ce lo avevano da quando Calvino scrisse di Qfwfq, senza accorgersi di averlo già fatto miliardi di anni prima, semplicemente sotto le mentite spoglie di un’entità gassosa brillante di pulviscolo stellare. Su quella pelle vidi scritte le mie parole. Quelle vecchie e quelle che avrei scritto da quel punto in avanti. Vai a capire, ora, se sono tue o mie. Ma no, no. Non sono tue. O almeno non sono per quella forma che ti ostini a rappresentare. Bella come la notte. Sensuale come il Sahara. Odiosa come la solitudine. Sono per te se e solo quando ti spoglierai del tuo sentirti ancorata alla tua banale tridimensionalità. Con quello che continui a chiamare carattere. Che per inciso è un carattere di merda. Insomma, per quando ti riappacificherai con le galassie a cui appartieni. E a cui apparteniamo. Da dove giungemmo in tempi lontani che una sola vita non basterebbe a contare gli anni che sono passati. Da dove giungemmo con il preciso compito di creare nuovi Aleph in cui guardarci in continuazione. Dove, osservando l’infinito, tu possa specchiarti per soddisfare un senso acuto e improvviso di narcisismo e dove io possa trovare un senso a tutte le mie nauseabonde cazzate. Su quel collo, in quella stazione, su quel pianeta, in quel tempo, in quella dimensione creammo solo uno di quei punti dove l’infinito si raccoglie e si piega su se stesso. Dove Nadir e Zenith, lontani tanto da mettersi in dubbio l’uno con l’altro, si stringono come in una promessa d’amore antica che quasi aveva perso senso. E dove ritrovo ogni parola. Parole che non sono e non erano per te ma che in qualche modo hai scritto tu in qualche altro mondo, di qualche altro universo, di qualche altra esistenza.

Ps La scelta della canzone ha un senso che non ha senso se confrontato con il senso del post. Del senso di questo ps, poi, non ne parliamo.

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