“Meno male che ci sono io”

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Meno male che ci sono io – Ovvero deliri da influenza e emicrania. Non giudicate severamente questa botta egocentrica. 

Se questo fosse un mio racconto il protagonista sarebbe uno di quei miei personaggi che mi assomigliano tanto e che sono addirittura più incazzati di me. Lui si sarebbe svegliato male, malissimo. Leggera influenza, mal di testa mitologico che aprendo il cranio potrebbe uscire fuori una divinità dedita alla guerra e all’efferatezza (mi chiamerebbe papà. Tenera la mia piccola dispensatrice di sangue, saggezza e caos) e un lancinante dolore alla schiena. Il mio personaggio avrebbe dubbi sulla sua reale età. Oggi è uno di quei giorni in cui ti senti sul groppone otto decadi di sofferente lavoro nei campi cinesi (tutto il rispetto per loro, è giusto per scrivere una fregnaccia). Lui e i suoi precoci ottant’anni si trascinano a lavoro. Fortunatamente ha la liberta e il tempo per impegnarsi su un altro lavoro. Uno più artistico e appagante. Ma i dolori e il malessere lo rendono insopportabile. È in uno stato morboso assimilabile a quello del mio caro Rodiòn Romànovic Raskòlnikov. e lui, che Rodiòn lo conosce bene, visto che proviene da un mondo scuro dove le mie letture contribuiscono a creare la melma di cui la mia fantasia si nutre, si domanda cosa farebbe ora con un’ascia. Anche lui vorrebbe dimostrare a sé stesso di essere un grande uomo con un gesto epico come un omicidio? “Giudice, vostro onore, ero in un tale stato morboso. Sì, morboso. Dostoevskij lo chiama così. Sì, Dostoevskij. D-O-S-T-O-E-V-S-K-I-J. Sì vostro onore. Forse ero in uno stato dove le mie letture mi hanno plagiato e ho impugnato l’arma senza rendermene conto. Ehm, sì vostro onore. Sì, da un certo punto di vista avevo semplicemente le palle girate”. Riflette, lui. La testa mi rimbomba. C’ho fastidi ovunque. Volevo dire, lui ha fastidi. Non io, io non c’entro. Una mia amica, ehm, sua, ha detto che ha gli stessi dolori a causa del ciclo. Cazzo, oggi è uno di quei giorni in cui lui vorrebbe avere il ciclo. Un fantoccio da odiare. Un posto dove catalogare gli istinti omicidi e su cui distribuire la bile. Così da prendersela con il mondo e poi con il genere opposto. Sì, sono giustificato dal ciclo. sopportami o taci. O abbi la decenza di morire sotto i miei fendenti. Lui ora mi osserva. Una signora entra e mi chiede informazioni. Io le sorrido, le mostro dove deve andare e sorridente mi dice “Lei è davvero molto gentile, sa?” Io mi schermisco, ringrazio e rientro. Ora però sento i suoi occhi. Il mio protagonista è sconvolto, quasi incredulo. Oserei dire adirato. “Ma come, brutto figlio di puttana. Mi hai disegnato pieno di bile, di odio e con un’ascia in mano e porca quella puttana tu aiuti le vecchiette? Ma porca puttana, non dire in giro che sei tu che mi hai scritto”. Da un certo punto di vista, un punto di vista abbastanza delirante, c’ha ragione. Inveisce, continua inverecondo a lanciarmi anatemi e maledizioni. la cosa mi sorprende. Ma decido di non dargli ascolto. Ho già i miei problemi e le mie emicranie per star a sentire un folle. Certo, inventato dal mio cervello ma pur sempre un folle. Lo ignoro….. Ho lasciato il post così, per diversi minuti. dovevo occuparmi di cose di lavoro. Quando torno a picchiettare sulla tastiera, do un’occhiata attraverso i meandri della mia mente malata. Vedo che non è più solo. O cazzo, quello sono io. Mi controllo, sì sono ancora seduto alla sedia di prima. Ma quello sono io, non c’è dubbio. Lui, con un sorriso che ha perduto ogni parvenza di sanità mentale, mi accarezza il mento con il taglio della lama. Sarà pure nella mia fantasia ma sento il freddo dell’acciaio che in un sol fremito mi stringe in un tremore dalle spalle ai piedi che prende maggior impeto lungo le viscere. Le tempie mi stanno per scoppiare, non so più se da questa o da quella parte. A quel punto mi giro verso me stesso. Oddio, questa è difficile da spiegare ma giuro che ho guardato me stesso attraverso il confine. Queste due parti di me si sono guardate. Forse miliardi di chilometri le dividevano. Forse più che lo spazio era il tempo a dividerli e magari altre dimensioni a noi sconosciute. Un momento di indicibile importanza. Le parole che la parte di me in pericolo fece vibrare nell’abisso che ci divideva rimbombarono come una tempesta. Il loro significato però mi deluse: “Brutto coglione, vuoi fare qualcosa prima che ci tagli di netto la faccia?” Mi aspettavo qualche epico e lirico discorso da imprimere su qualche roccia intarsiando i solchi delle lettere con l’oro. Ero dapprima emozionato, ora mi sentivo come il bambino deluso da una sua mancanza fatta notare in pubblico. Però il suo cinismo era giustificato. Lui, il mio personaggio, alzò l’arma verso il cielo pronto a scaricare il fendente sul mio volto. Non trovò niente, però, a ricevere il colpo. Trasferii me stesso in un altro racconto. I personaggi, come attori interrotti in scena, si sorpresero e quasi non seppero che dire. Uno si inchinò per salutarmi. “Bando alle ciance, continua a fare quello che facevi”. Si scusò per l’impertinenza e riprese con la sua vita. Una vita dove mi ignorava. Dove io potevo o no esistere. Nel suo mondo c’era chi ci credeva. Altri ridevano all’idea di me stesso intento a scrivere le loro vite. “Scusa, ehm, mi terrai qui per molto?” Ah già, mi ero dimenticato di me…o di te… va beh, ma non so dove metterti “In che senso?” Nel senso che non so da dove sei spuntato. Tu dovresti scrivere. “Ma stavo scrivendo” No scusa, sto scrivendo io. “In questo momento io sto scrivendo sul mio mac. Sono appena venuto a salvarti” Ma cosa cazzo stai dicendo, non dire cazzate. “Azzo, io ti salvo il culo e la faccia e mi tratti così?” Ma sei un bugiardo. IO ti ho salvato. Non tu. “Senti, tu lo dici a tua sorella. Dammi del me” Scusami, io ho salvato me stesso. “Anche io” Oh…ma di cosa discutevamo, allora? “Non saprei. Che io ho salvato me stesso?”. Oh, come me. “Oh che bello. Senti ma stai scrivendo?” Sì scrivo. Anche io? “Sì, anche io” Ma pensa, ho un po’ di mal di testa in realtà. Ho inziato a scrivere e non sapevo dove sarei arrivato. Ora mi gira un po’ tutto. Ti dispiace se mi fermo? “No per carità, anche io non sto bene. Un mal di schiena, maledizione” Senti, io ti chiamerei volentieri di nuovo uando non ho voglia di scrivere. “Mi chiamerei”. Gisuto, mi chiamerei. Sono d’accordo? “Sono d’accordo” Torniamo insieme a casa stasera? “Siamo mai tornati separati la sera?” Mai, devo essere sincero. Sono sempre di buona compagnia quando sono solo la sera. “Lo penso anche io, meno male che ci sono io” Già, meno male che ci sono io.

Ci sta anche questa botta di Breaking Bad. Lo so, tutto questo non è normale. State lontani dalla mia mente. Stay out of my territory.

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