Notte giù per la gola

finestra

C’ho voglia di scrivere. quella voglia però di buttare le parole in faccia a qualcuno. Sai come una ventata forte, che quasi ti ha provocato dolore. Non mi interessa cosa, quindi. Mi interessa lo sfogarmi. Potrei scendere giù per strada e gridare ma non sono arrabbiato. Potrei vagare silenzioso per le vie di Roma ma non sono malinconico. Potrei scrivere di Tenco che è spuntato all’improvviso stanotte con la sua “vedrai vedrai” ma non sono triste. oppure di Battisti, arrivato subito dopo, con la sua “E penso a te” ma non sto pensando a nessuna in particolare. forse penso a tutte. Ho messo in bozze un post sulle due donne del treno. Quella reale e quella irreale. Ora in due città europee diverse, chissà avvinghiate a quali braccia straniere (la reale è una certezza) eppure non me ne frega niente. anche io avevo braccia avvinghiate ieri sera ma non me ne frega neanche di quelle. Neanche dei dubbi e delle paure di quest’altra. Amica mia, qui siamo un’istituzione. Saniamo paure e ne creiamo di nuove. Puoi scegliere la tua preferita, la riceverai comodamente a casa. Non penso neanche all’altra che più di tutte ha versato lacrime e le lacrime sono come la pioggia che modella le rocce e ne fa un dipinto surreale lungo le caverne sotterranee. Ora lei sarà addormentata lungo chissà quale strada. Come fai a non solidarizzare con chi ha un asfalto che corre sotto il culo in piena notte? Buon viaggio, mio vecchio amore. Porta il desiderio di abbracciarmi lungo le braccia dell’uomo che non sa che, sotto le lenzuola, è un surrogato della mia persona. Alquanto scadente, è una cosa sicura. Non ho neanche voglia di scrivere, ora che ci penso. Ho un bicchiere di liquore in mano e naturalmente non ho voglia di berlo. Lo respiro con forza, invece. È quello delle mie parti. Le sento tutte le erbe e le bacche: il ginepro, il rosmarino, la salvia, l’origano, il mirto. Le tiro su tutte. Sento anche la pioggia. Non quella che quasi ha annegato la mia terra ma quella che, benché di tempesta, ha lasciato solo il pesante odore dell’erba. Tiro su pure un nibbio reale che si posa sulla linea dell’orizzonte, il canto che sa di morte della civetta senza che faccia paura e il passo veloce della volpe lungo i campi incolti. È strano respirare l’aria di casa mentre guardo le persiane chiuse e le finestre spente di Roma. Un riposo silenzioso che mi fa venire voglia di un paese straniero anche a me. Non per fare o raggiungere quelle due maledette di cui, ripeto, non me ne sbatte un cazzo. Ma perchè vorrei guardare la facciata di un palazzo e dire: “non lo conosco, tanto piacere palazzo”. Lo conoscerei e gli scriverei in faccia un pezzo di questo blog. Forse camminerei per una strada sconosciuta di una città lontana e forse avrei bisogno di altre parole da scuotere nel vento freddo della terra straniera. Non lo so. Nel frattempo respiro con forza dentro il bicchiere. Solo le solite auto in corsa mi fanno compagnia. anche i riflessi dell’amaro. Nel loro tremolante luccichio mi sembra di aver visto una notte raminga dove anche la malinconica solitudine aveva un sapore piacevole, giù nella gola.

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