Respiro della notte, Trastevere e ripetizioni

lampione

Senti questa, senti questa. Hai presente le macchine di notte? Sì, intendo il rumore  delle ruote sull’asfalto. Eh. E anche tutti gli altri rumori. Beh, c’ho pensato come se fosse un respiro. Il respiro della notte. Che detto così, potrebbe essere un pensiero uscito da chissà quale scrittore scadente. Io non sono scadente? Boh, sul patentino non c’è scritto niente a proposito. Però sul fatto del respiro qualcosa mi ronza in testa. Una donna al telefono mi dice spesso “mi piace il tuo respiro”. Che poi in quel respiro sente solo una parte. Forse quella più selvaggia, animalesca. Lei che quella parte l’ha conosciuta forse la riconosce in quel respiro che, infatti, altro non è che la voglia di cacciarla di nuovo fuori, con lei. Ma più prosaicamente ci sono centinaia di chilometri in mezzo, altri volti che scavano l’anima come parassiti e tante altre vertigini del destino. Intanto la notte si prende la sua parte, stanotte. L’ho assaporata lentamente dalle 17 del pomeriggio, quando sul tramonto sono andato a gustarmi i ghirigori colorati della luce di Trastevere. Dall’arancio dei lampioni al roseo pesantume delle nubi verso l’orizzonte. Piano, manco il tempo di immettermi in Via della Luce (rendiamoci conto dell’altissimo valore toponomastico dei miei percorsi) e lei, come mani di una amante esperta sul corpo del timido di primo pelo, si è intrufolata nei vicoli. Ha stretto nel suo cappio il Tevere che con i riflessi dorati delle lampade non ha più potuto giocare con il suo scintillio. È finita che una volta tornato sono rimasto qui. Non ho voluto sfidarla di nuovo, la notte. Altri hanno cercato di distrarla a passo svelto lungo le strade affollate. Illusi. Forse però sono io a vederli così. Come se le luci della città fossero una fiamma tenue che piano piano si sta arrendendo al freddo dell’inverno che entra dalla canna fumaria. Come se i corpi avvinghiati nelle case, in quello che ad una prima occhiata potrebbe sembrare amore ma non lo è quasi mai, fosse soltanto un sussulto per credere che, chiudendo gli occhi, le tenebre siano più indulgenti. In realtà l’inverno deve avere il suo corso e così il giorno. Con questo pianeta del cazzo che gira e gira e gira. È strano come il senso di tutto sia sempre lì, presente, davanti agli occhi e noi non lo capiamo mai. C’è la notte per l’alba e l’alba per la notte. Luce per il buio e buio per la luce. Tutto gira, tutto ritorna. Anche questo asfalto pressato e scosso. Ne ho già parlato. Forse sono trent’anni che lo faccio. O forse duemila. Mi sembra di ricordare che la prima volta che ci pensai, fosse il rumore di una ruota di una biga sul percorso sconnesso di una strada sterrata in Arcadia. Fai tu da quanto tempo io e la notte ci prendiamo in giro a vicenda.

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