Scampoli di estate e di vita

Sono sempre stato uomo di mondo ancorché politico navigato e uomo di chiesa. Sapevo come vanno certe cose ma più di me lo seppero i miei figli che andarono ben oltre i miei suggerimenti di vita. In breve le loro carriere fulgide impallidirono la mia non disdegnando il compromesso e lo sporcarsi mani e corpo oltre le aspettative del mio insegnamento. Non rinunciarono a donare il corpo a uomini di chiesa delle alte sfere e non disdegnarono a partecipare a riti lugubri e diabolici con uomini importanti ma dalla doppia vita misteriosa, almeno per la gente normale, e peccaminosa. Rinunciarono ad un’anima per un’avvenire splendente, almeno tra gli altolocati e ipocriti papaveri. Questo perchè nella mia lezione, forse, mi sfuggì di ricordare l’importanza della dignità? Come allenatore di vita avevo ottenuto grandissimi risultati ma come padre dei miei figli fallii completamente.

Faceva caldissimo. La casa, il pomeriggio, offriva il lato anteriore al sole feroce d’agosto. Io e mio fratello ansimavamo sul divano. Il rivestimento in pelle sembrava lacerarci le carni ma era troppa fatica alzarci da lì. Scivolammo letteralmente a terra tra cumuli di polvere ma il pavimento, anche se lercio, ci rinfrescò. Nel piccolo monolocale soffriva ancora di più mia madre che si dimenava nell’aggiustare quello e nel preparare quell’altro. E sul suo volto vedevo scorrere un’incipiente vecchiaia. Mi chiedevo, in giorni come quelli, se anche per i ricchi l’estate fosse tanto orribile.

Avevo sempre desiderato essere un pesce. A gennaio, o giù di lì, dimenticavo questa mia grande aspirazione ma con i primi bagni al mare la mia più grande prerogativa tornava ad esprimersi. Mio nonno mi portava sin dai primi di giugno. Uscivo idealmente dall’acqua a settembre inoltrato. I miei genitori non c’erano. Da chiacchiere di paese, pensate un po’, sentii che mi mandavano a casa dei nonni proprio per evitarmi le continue liti, come se durante l’inverno non le sentissi. Per me, dunque, estate significava pace. Mi giungevano voci di una irrimediabile separazione dei miei. Mi avrebbe addolorato in inverno, sicuramente anche in primavera, ma dentro le acque, mentre il mio corpo valutava una definitiva trasformazione per assumere più pratiche branchie, tutte quelle chiacchiere da mondo terrestre e asciutto mi scivolavano via lungo le mie splendenti scaglie.

Il mio amore per lei, lo sapevo, stava svanendo. Era solo una risposta alla sua continua insoddisfazione, al suo lamentarsi, al non essere mai contenta. Sopportavo, anche il padre diceva di resistere. Tutti nella sua famiglia. Ma lei aveva nel cervello qualcosa di incontrollabile e tutto suo. Aveva ragioni inattaccabili che vedeva solo lei. Ormai non mi dispiaceva più. Solo per una cosa mi doleva. Suo figlio. Un figlio che a volte sentivo più come fosse mio e non suo e quante volte mi addoloravo per lui e per le scelte di sua madre che lo facevano sembrare un pacco postale. Sembrava non pensarci. Scendevo con il bambino a casa di lei. La sera tardi facevamo delle bolle di sapone enormi sul tavolo del soggiorno e quando scoppiavano lui esplodeva nell’ilarità più incontrollata, era felice. Lei, come avevo già avevo pensato più volte, in città aveva un altro. Quando ci raggiunse mi intimò di andarmene. A nulla servirono le parole dei genitori che avrebbero cacciato volentieri lei. La madre piangeva e mi abbracciava, il padre era in silenzio e lei gli sgridava ricordandoli che la figlia fosse lei. Non provavo davvero nulla di cattivo nei suoi confronti. Salutare il piccolo, però, si rilevò terribile. Pianse, mi disse di non andare. Naturalmente mi addossai le colpe, tanto sapevo che in futuro la madre ne avrebbe trovate anche se non esistevano. Ma lui, nonostante l’età, sembrava capire e forse per questo vedeva quell’allontanamento assurdo. Mi abbracciò in lacrime per lungo tempo mentre il cuore di pietra di sua madre ci osservava tramite quegli occhi di ghiaccio che si ritrovava. Nel treno di ritorno guardai i disegni che mi aveva lasciato. Me li lasciò insieme ai suoi rimpianti. Anche io, a parte i disegni, avevo lasciato in quel paese i miei. Lasciavo lì un bambino che non chiedeva altro che un padre. Ma io, anche se avrei accettato l’incarico, dovevo rispettare il ruolo di una madre che non sapeva esserlo.

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