Il prato vicino al fiume

(La canzone si addice abbastanza. Magari fate scorrere i primi due minuti e iniziate a leggere. Ma come sempre su questo blog vige l’antico brocardo latino: “Fate un po’ come cazzo vi pare”)

I larghi prati ai fianchi dei fiumi li avevo sempre guardati di sfuggita passando sul Basento. Larghe valli splendenti incastonate tra monti rocciosi e dal verde scuro ben corniciate. Ne ho intravisto qualcuno vicino al Ticino e al Po. Desolati, sporchi, anacronistici. Altri addirittura qui a Roma. Dal ponte Marconi, quello spazio vuoto e desolato dove pochi zingari ne hanno preso un po’ di possesso per spargere la loro desolazione e dove i bambini, per correre da una barraca all’altra, rischiano di darti quella vaga e sciagurata idea di libertà desueta, buona per l’ottocento o gli anni 60, sembra non finire se non nella Basilica e il suo bizantino mosaico dorato sulla facciata e le acque di colori indecifrabili del Tevere, dove solo i gabbiani sembrano non preoccuparsi della salute del “biondo”. Quest’ultimo è simile a questo dove mi ritrovavo con lei. Le auto, su un ponte ad un centinaio di metri, erano sia un sottofondo cauto e leggero, in mancanza di musica, sia un monito per chi volesse tornare in quel mondo che ben si identifica nei copertoni sfigurati pian piano dalla voracità dell’asfalto. Lei, nuda, sembrava proprio trasportarmi in quell’immagine sfocata nei miei pensieri e sogni che tante volte avevo interpretato come un film vecchio, magari francese. Dove la realtà è sbiadita rassegnazione e quello che si vive, in un determinato e fugace momento, è una vita lontana dalla concessioni e connessioni abituali che il mondo distribuisce avaro di momenti degni d’esser vissuti. Lei era così, protagonista di quei film che mi sembravano preclusi nella realtà. Eroi intellettuali, donne dalla libera scelta. Libera nella gestione del loro corpo e della sua destinazione e libere nel fottere la vita come meglio avrebbero creduto. Le canne poco distanti, magari nascondiglio nemmeno minimamente valutato, si piegano al vento che se infreddoliva me, ben difeso dalla mia giacca di velluto e dal mio maglione di cachemire, rendeva ghiacciata la sua pelle glabra e terribilmente attraente. Anche se ad un metro da me sentivo il ruvido della sua pelle infreddolita sotto i polpastrelli, sentivo i turgidi capezzoli trovare sollievo nel caldo della mia lingua e tra i brividi di freddo farsi largo altri di diversa e più piacevole natura. Ma se quel sonno così mal dissimulato era un invito tanto piacevole quanto maldestro ad accomodarmi in quel quadro tanto atteso e ricercato, il fiume davanti a lei era un improcrastinabile meta da raggiungere con gli occhi. Il tempo era a nostro favore e io, affamato, non riuscivo a saziarmi di quei colori tenui. Le nuvole grigie serbanti o l’apoteosi della giornata o la terribile disfatta racchiuse entrambe in diverse idee della pioggia. Il verdastro consumato disperso per centinaia di metri. Forse occhi indiscreti nascosti fra le fronde e le erbacce ma ben accolti in quell’inno all’indifferenza per le convenzioni e costumi sociali. Il volo dei gabbiani disturbato leggermente dalle correnti aeree bizzose e i loro battibecchi ad alta quota per chissà quale privilegio a noi sconosciuto. Quel ponte lontano che conduceva ad una vita il cui fine, ora, era così discutibile e poco consono. Forse avrei potuto scegliere di vivere per sempre sugli argini dei fiumi. Valutavo, d’un tratto, l’intelligente dissociazione degli zingari che, forse, non hanno il timore stupido e razionale di correre dietro ad un airone del fiume passato a pochi metri sopra le teste sognanti. Ma forse è solo il momento. Loro forse invidiano il mio tetto sicuro, solido, non in pericolo per le tormente invernali o le tempeste improvvise d’estate. Già. Ma una volta consolidate le proprie tremanti sicurezze potremmo scambiarcele. In quel momento le crepe di quella vita selvaggia e in bilico tra un amore solcato dal vento o bagnato dalla pioggia non le vedevo e forse mi sarebbe stato difficile scorgerle in tutta una vita. E in più, abbassandomi verso quelle labbra, ad un tratto di nuovo piene di colore e di vita al contatto con il mio calore desideroso del loro più passionale movimento, davvero avrei fatto a cambio. E se il contratto avesse richiesto fedeltà a quel fiume e a quel prato o qualunque nel mondo anche vagamente ad esso somigliante, sì, avrei firmato. Il colore dell’inchiostro sarebbe stato dorato come il sole vicino al tramonto che si fece spazio dietro una nuvola all’orizzonte.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in racconti e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

3 risposte a Il prato vicino al fiume

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. semprevento ha detto:

    …ti sei impegnato!!!
    Mi piace un sacco!!!
    la song l’ascolto più tardi….
    ciao bello..studia!!

  3. vince2006 ha detto:

    Tranquilla, un esame già fatto e uno da fare la settimana prossima

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...