L’ex presidente

Le ruote dei calessi risuonavano a contatto con i sampietrini. La notte, scura e fredda, celava le nefandezze della città, un raro senso di tetro colpiva l’ex presidente affacciato ad una finestra della sua casa romana. Ad un tratto sentì una terribile fitta al fianco. Il medico ebbe pochi dubbi. calcoli renali. Mai ebbe problemi del genere nella sua vita. Nè lui né i suoi familiari. era il primo da diverse generazioni, o almeno da quando la famiglia ne aveva memoria, ad avere un problema del genere. “Tutta colpa delle dimissioni” pensava. I suoi amici, colleghi del partito e parenti ridevano di questa idea ma lui ne era intimamente convinto. Negli anni del suo mandato era, come logico che sia, un presidente amato da una schiera di elettori ed odiato dall’altra. Nel suo caso però la situazione era portata all’estremo. I suoi elettori lo idolatravano. Riuscivano ad esaltare i suoi atteggiamenti gentili, ne facevano una guida autentica per le sorti del paese e non risparmiavano lodi che, anche per i suoi simpatizzanti moderati, sembravano esagerate anche oltre i reali meriti. Chi si contrapponeva alla sua politica, invece, era guidato da un senso di disgusto e ripugnanza. Ogni atto compiuto dal suo governo era visto come un atto compiuto contro il popolo e a favore di chissà quale lobby. Inoltre, a sentire l’opposizione, non vi era alcun interesse per la cosa comune nella sua volontà ma solo interessi privati, suoi e dei “compari” a lui vicino. Fosse una cosa nascosta o solo di superficie non vi sarebbe stato rilievo alcuno. Ma le due scuole di pensiero esternavano le proprie emozioni in maniera manifesta. In particolare nelle visite del premier in giro per la nazione. Nei paesi di provincia che, suo malgrado, era costretto a visitare avvenivano i casi più folkloristici. Si sa: tra il popolo non brillano membri molto acculturati e tra le file della popolazione più umile si può trovare chi da credito a credenze popolari ancestrali e superstizioni che un uomo politico della sua caratura doveva respingere con sorrisi di tollerante superiorità. Eppure, in un certo modo, le minacce di fatture, di maledizioni, di malocchi vari avevano sempre messo in imbarazzo l’ex premier. Aveva un senso di spavento e terrore che non riusciva a celare neanche a se stesso. Lo tranquillizzavano però le promesse di preghiere delle massaie che votavano per lui. Vedeva quelle preghiere, quei rosari a mezza bocca, quelle benedizioni come un muro di difesa a quell’occulto nemico che si nascondeva nella parte del popolo più abbietta e verso di lui inimicata. Destino volle, suo malgrado, che il governo da lui guidato non fu più in grado di reggere alle pressioni parlamentari. Le sue dimissioni furono inevitabili. Passarono mesi da quei giorni di smobilitazione politica e i malesseri “occulti” iniziarono a crescere nell’animo del presidente. Nel partito altri personaggi ora più in voga avevano preso lo scettro dell’amore popolare. Il popolo vedeva davanti a lui altri colleghi che meglio riuscivano a cacciare fuori l’entusiasmo politico. Di conseguenza, pensava, diminuivano i suoi sostenitori e vi erano quindi nuovi volti al centro delle preghiere delle massaie. E’ vero, questa idea sembra folle ma per il presidente significava un pericolo reale. Le sue difese contro le maledizioni dei suoi avversari si stavano abbassando. Non dovevano, direte voi, diminuire al contempo anche le fatture a lui indirizzate? La logica direbbe questo ma il presidente era fortemente convinto che il male fosse più difficile da scacciare e si mantenesse meglio nelle pieghe del tempo ritardando di molto la sua dipartita. Fu così che l’ex primo ministro si sentì addosso solo le maledizioni e le offensive sentenze dei suoi nemici. Quel terribile malessere ne fu una prova incontrovertibile. I familiari, gli amici, i colleghi del partito provarono invano a fargli capire quanto fosse ridicola la sua idea. Non poterono far niente. Il presidente si auto esiliò nella sua casa romana e iniziò una volontaria prigionia per difendersi dal mondo. Se le mura domestiche potevano difenderlo da incidenti vari, niente avrebbero potuto contro eventuali malattie. Fu così che la continua paura di ammalarsi lo condusse presto ad una precoce pazzia. La notizia fece il giro dei salotti buoni della città. Anche nelle taverne qualcuno cacciava questa storia per farsi due risate e non erano certamente esentati i deputati e i senatori che non riuscivano a non condividere il simpatico ludibrio. Con il tempo solo gli amici più stretti e i familiari rimasero al suo fianco. Medici capaci li rassicurarono sulla possibilità che il presidente potesse guarire. Era un percorso difficile ma il presidente, uomo tutto d’un pezzo, ce l’avrebbe fatta. Dovettero passare mesi di difficili sedute terapeutiche e di grandi sacrifici ma il presidente sembrò tornare quello di un tempo. Lasciò l’istituto dove fu ricoverato e tornò a casa. La figlia, che più di tutti si era prodigata per la guarigione del padre, mettendo in secondo piano marito e figli, volle testare i progressi del padre. Fu un giorno importante, fu stabilita la prima passeggiata all’esterno del presidente dopo almeno due anni. Cappotto lungo nero, cappello sulla testa, bastone in legno massello saldamente nella sua mano destra. Camminarono fianco a fianco risalendo il tevere fino a Ponte Amedeo D’Aosta. Passeggiarono fiancheggiando Castel Sant’Angelo e infine tornarono indietro per raggiungere il centro verso il Pantheon. Nei vialetti di Roma spesso i due si guardavano scambiandosi sorrisi. Il presidente era felice.
“Stupido” si ripeteva “Quanto sei stato stupido razza di vecchio bifolco malato di cervello. Guarda quante meravigliose bellezze hai perso in questi anni. Guarda i muri di questa città come ti parlano. Senti l’odore dell’aria che deve essere lo stesso che gli antichi romani respiravano con i loro nasi. Respira l’aria di gloria e di storia che la città ti ha riservato per tutto questo tempo”. Questi pensieri lo esaltavano. Pieno di brio e di entusiasmo faceva girare il bastone nella sua mano. La figlia lo guardava felice e lui ricambiava con sorrisi sempre più solari e voluminosi. Faceva cenno ai passanti, salutava le anziane affacciate dalle finestre nei stretti e poco illuminati vicoli. Saltellava tra i san pietrini e prendeva addirittura a calci le pietre che trovava davanti.
“Non è meravigliosa questa città? Proprio questi stretti vicoli sono il suo fiore all’occhiello, non pensi? Senti la vita della città sprigionarsi in queste viuzze come il sangue nelle vene di un uomo. Non pensi che sia così, figlia mia?” La figlia si diceva d’accordo e si fece influenzare da tanto entusiasmo facendo a sua volta commenti sui vari palazzi che scoprivano ad ogni nuova via appena imboccata. Anche la gente che incrociavano si accorse del presidente tornato alla vita e pieno di gioia. Sembrava così diverso dal presidente depresso e addirittura pazzo che così dipingevano le chiacchiere di borgata. Chi salutava, chi riveriva, chi benediceva la ritrovata verve. I passanti testimoniavano una stima che il presidente credeva perduta e lui si beava di questo.
Due signore, sicuramente due vecchie sue elettrici, lo riconobbero da lontano. Costeggiando il muro, lui e la figlia, si erano fatti prossimi al luogo dove le due donne borbottavano come due signorine emozionate. Una volta che il presidente fu a pochi palmi da loro lo salutarono emozionate: “Buonasera presidente”. Lui, ormai completamente a suo agio, fece un gesto pomposo ma elegante. Si prese in mano il cappello e fatto un ampio e vistoso inchino salutò le donne sorridente. Non lo sapeva il presidente ma il destino lo aspettava proprio in quel vicolo e quella era l’ora precisa dell’appuntamento. Proprio sopra di lui, al quarto piano della palazzina, una donna che si era affacciata alla finestra colpì inavvertitamente una pianta che, inesorabile, cadde per strada. Il presidente era proprio sotto la traiettoria del vaso e cadde proprio nel momento in cui era in quella posa plastica che assunse per salutare le sue ammiratrici. Il vaso lo colpì sulla testa mentre non era coperto dal copricapo e si frantumò in mille pezzi. Il prediente cadde svenuto a terra. La figlia chiamò subito allarmata i soccorsi che non tardarono ad arrivare. Non perse mai completamente conoscenza ma il colpò fu durissimo. Si lamentava in maniera piagnucolosa: “Ahi! Ahia la testa! Ahia la testa!” La figlia cercava di consolarlo dicendo che non era nulla ma nonostante lo stordimento il presidente aveva le idee chiare sul motivo di quell’avvenimento.
“No, lo sapevo. Le fatture, le sentenze. Sono state loro. Sono maledetto! Rinchiudetemi in casa, sono in pericolo. Aiuto! Aiuto! Soccorso! Aiutatemi” I medici rimasero interdetti dalla reazione del presidente. Vi era, ed era ben chiaro, ben altro che lo stordimento, ancorché sacrosanto, della botta ricevuta. Gli altri familiari giunsero immediatamente al pronto soccorso ma non ci fu verso di calmarlo. volle tornare a casa immediatamente. Una volta finite le medicazioni necessarie fu accontentato e tornò nella sua dimora per non uscirne più. Per sempre. Ciò che aveva iniziato anni prima fu portato avanti con maggiore decisione e nessuno riuscì più a riportarlo indietro nelle sue decisioni. La sua casa romana divenne la sua prigione. Più che prigione però era diventato proprio il suo mondo. Un mondo piccolo, minuscolo. Pochi metri quadri dove far vivere le proprie frustrazioni e le proprie paure. L’unica eccezione che si permetteva era affacciarsi al balcone di casa. Badate bene, non usciva fuori, rimaneva all’imbocco del terrazzino senza quindi uscire di casa con il corpo. Da quella postazione osservava quell’altro mondo. Un mondo così grande che lo aveva rifiutato ma che gli aveva concesso di farsi guardare o di guardare almeno quello squarcio. Non male, per carità, ma pur sempre minimo rispetto a quella vastità che ora gli era per sempre preclusa da forze oscure e più forti di lui. Si isolò per sempre. Non voleva vedere nemmeno i vecchi amici. Chissà, non voleva infettarli o trasmettere loro la sua maledizione. Sparì dalle cronache e anche dai motti di spirito della gente che non aveva mai smesso di ridere di lui e della sua pazzia. Il tempo, almeno in questo, fu galantuomo. La gente lo dimenticò. Nessuno seppe nemmeno il giorno della sua morte. Solo qualcuno, ancora per pochi anni, nelle varie taverne o nei vari ritrovi se ne ricordò:
“Ricordi quel presidente?”
“Ma chi?”
“Ma come ma chi? Quello pazzo”
“Ah già, avevo rimosso”
“Come si chiamava?”
“Non lo so, ho dimenticato”
“E poi perché si diceva fosse pazzo?”
“Non ricordo neanche questo”
“Va be’. Poco male. Chi è di mazzo?”

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