Il maglione

Io quel maglione di lana glielo avrei voluto sfilare piano. A quel punto, prima di guardare il suo corpo nudo alla luce del fuoco, avrei analizzato quel disegno, orribile. Vai a capire perchè i maglioni di lana devono avere tutti dei disegni orribili. Ma poi, guardando il suo corpo sinuoso, bello, reso soavemente ruvido dalla pelle d’oca causata dal freddo e quindi ancora più piacevole da accarezzare dai fianchi ai seni, dalla schiena alle cosce, chi ci avrebbe pensato più al maglione.
-Guido, hai capito?
Fu terribile. Prima era buio, con l’arancione timido del camino che ballava sul suo corpo. Ora invece c’era la luce grigia di Roma ad intermittenza con le gocce di pioggia. Che tempo di merda. E dovevo sorbirmi pure quell’orribile maglione, senza poterlo sfilarglielo via.
-Sì, ho capito.
Bevvi il mio Campari. Che tristezza. Ricordai per quale motivo non ero solito prenderlo.
-Insomma è strano. E’ sfuggente. Mi tratta sempre con indifferenza
-Con il sesso, come va?
Bevvi, lei non lo seppe mai ma c’era un qualcosa di incredibilmente storto in quella domanda. C’era tanto desiderio che il diluvio intero sulle nostre teste non sarebbe stato sufficiente a spegnerlo. Era ben nascosto però. Lei non lo vide e andò avanti.
-Va bene, va bene. Oddio, lui non è uno di quelli che vuole farlo ogni sera.
Dovetti mandare giù tutto il campari che rimaneva per non dirle che l’avrei amata ogni ora, di ogni giorno, di ogni mese, di ogni anno, di ogni decennio di questo secolo. E fu un attimo e tutto si oscurò novamente escluso il balenare della fiamma.
-Io a volte provo a stuzzicarlo, lui fa l’infastidito e mi fa capire che devo smettere.
Continuavo a baciarla dall’ombelico fino al collo e lei, famelica ed eccitata, stesa come un marmo di Carrara perfettamente scolpito dal Canova, si lasciava esplorare stringendo le mie mani sui suoi seni.
-Imbecille
Dovetti tornare in quel mondo pieno di pioggia per testimoniare la mia contrarietà. Quello che avrei fatto al posto di quell’idiota lo poteva leggere negli occhi. La luce del cammino illuminava bene la scena.
-Già
Bevve anche lei, in questo mondo. Nell’altro gridava il mio nome nell’orecchio, come se io non lo sapessi e lo ripeteva continuamente: “Guido, guido, guido”. In seguito, dalle continue risposte affermative a domande che non erano state fatte, mi faceva capire che la possedevo nel modo corretto, come piaceva a lei. Al ritmo di quei “sì” stavo facendo proprio un bel lavoro. La puzza di pioggia e una scarica ancora più forte mi trascinarono in quel mondo dove quel maglione stava ancora addosso al suo corpo. Spreco totale.
-Mamma mia come piove! Io devo pure andare
-E dove vai? Se vuoi farti una doccia puoi venire a casa mia a questo punto. Ti avverto però che ho solo asciugamani minuscoli.
Rise. Cioè, rise. Capito? Nell’altro mondo dal cammino uscì fuori una fiammata e io, stringendo tra le mani i suoi fianchi, feci saltellare ancora più velocemente il suo corpo, con ancora più forza e lei seguiva i movimenti potenti senza guardarmi, con la testa tenuta verso il soffitto da chissà quale potere.
-Ridi, ridi. Tienitelo stretto a quel tipo che non ha certe voglie. Con me avresti molto tempo libero in meno.
Dovevo mettere un ponte tra questo e quel mondo ma uscì fuori un qualcosa di squallido. Io per primo me ne resi conto. Dovetti fare una smorfia per rimediare, una di quelle simpatiche, facendo la parte del chiacchierone che parla tanto per parlare e invece l’avrei davvero voluta consumare a furia di notti insonni. Si alzò, fu come se l’acqua di questo mondo spense il camino nell’altro. E lei, nuda e spaventata corse via, lasciandomi insoddisfatto sia da una parte che nell’altra.
-Quando ci vediamo?
-Quando vuoi.
-Alla fine non mi hai dato nessun consiglio.
-Un consiglio?
-Sì, per lui. Che devo fare?
-Lo vedi stasera?
-Sì
-Ce l’hai il cammino a casa?
-Il cammino? No
-Fa niente, fa niente. Comunque spegni la luce, carica sul computer il video di un camino, non è lo stesso ma va bene, mettiti davanti a lui e levati piano quel cazzo di maglione.

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