Giorni

Quei giorni capitano, sia lode al cielo. quei giorni che conti nella lista “degni d’esser vissuti”. Gli altri servono per fare volume? Non lo so, ma poco serve saperlo nei giorni inclusi nell’aurea lista. Non so se è il giorno in sè o è il vino bevuto per drammatica carenza dell’acqua minerale effervescente naturale che il fratello sbadato si è dimenticato di comprare. I giorni belli sono tali anche per una bella e lunga chiacchierata con un’amica lungo le pieghe gloriose della città di Roma. Parli, ti confidi, ascolti e intanto Roma ti relega (o regala?) i suoi (o ormai i tuoi?) angoli più splendenti. Bello. Basta questo, davvero. I pensieri ottusi e gravosi provano a bussarti dietro la coscienza per farsi aprire e accomodarsi sul comodo sofà delle tue preoccupazioni. ma no, tu non sei in casa. Sei in giro e oggi va tutto bene. Cazzo, il vino come conclusione deve essere volere del cielo come sigillo divino alla giornata. No va be, forse esagero. Però va davvero bene così. Nemmeno i tuoi guai economici ti scalfiscono (ma quanto cazzo ho speso questa settimana? E sabato ho pure il concerto dei “I cani”). Va bene così, davvero. Non si può richiedere di meglio. Il vino è anche quello di mio padre, quello che piace a me. Va bene così. Voi che gestite queste cose, nella cabina su in alto (o chi per voi, si intende), vi meritate un sentito high five o un più italico brindisi alla salute. Mi congedo, vi saluto con la promessa di brindare a voi nell’ultimo, e sacro, brindisi sul balcone di casa. Vi saluto le stelle, i treni che passano da trastevere e i palazzi di Monteverde

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Al di là del tempo e dello spazio

Volevo chiederti…ma esisti? Io non ne sono sicuro. Non sono sicuro nemmeno di me. Quei pomeriggi dove il maltempo ti sorprende ti mettono mille dubbi in testa. Il vento muove i panni messi ad asciugare inutilmente e i vasi delle piante sbattono l’un l’altro come se qualche bambino discolo si divertisse a muoverli. Non so se ti è mai capitato ma sembra quasi che su quei davanzali siamo stati teletrasportati da un altro posto. Un attimo prima ero il compagno fedele di un geco su un muro crepato in un’assolata campagna del sud lontana nel tempo e nello spazio e ora sono altrove. E’ come se il bambino di allora chiedesse “dove sarò tra vent’anni?” ed eccomi qui come per un pessimo scherzo spazio-temporale a osservare svuotato delle nubi grigie al di sopra dei condomini romani (Per inciso sto scrivendo un racconto che parla di questo). Ti sei mai chiesta che fine hanno fatto quelle persone che ti passavano accanto anni fa e che non hai più visto? Io me li immagino per strade lontane, strade che forse anche io batto inconsapevole. Forse altri si domandano la stessa cosa di me. E io, quindi, sono padrone incontrastato di un angolo di tempo fatto apposta per me. Ecco, uno di quegli angoli è il tuo. Non ne vedo le forme e non riesco a riconoscerne i colori. A volte mi sembra di riconoscere la tua pelle su un letto in una stanza buia, romanticamente illuminata dalla luce a strisce che si libera dalle serrande. Al di là della finestra magari un mare da sogno come quello delle cartoline. Una roccia scagliata sul mare attorniata dai gabbiani urlanti. Da lì, li senti i miei treni? Mi riesci ad immaginare con dei treni che passano in una stazione vicina? Tra poco non li sentirò più passare. Me ne vado da qui. chissà se un po’ di mistero te lo riesco a stimolare anche io. Chissà se vedi le strade di marmo dei paesini che passano sotto i miei piedi o le strade sterrate di posti lontani. Non so più se sono le tue fantasie o le mie o quelle che vorrei che tu pensassi o magari se è un altro scherzo spazio-temporale come un flash-forward mal riuscito ma ugualmente desiderato dalla mia anima. Forse, è solo un errore del me stesso di dieci anni fa. Forse, io stesso sono uno scherzo della fantasia di quel tempo. I canti delle cicale d’agosto fanno brutti scherzi. I Gechi van a caccia di falene. Li guarderò anche stasera e poi passerò il tempo ad osservare Pegaso e Andromeda per capire che senso ha avere delle stelle in comune. Poi a quel bambino bisognerà spiegare cosa ci fai in quei sogni a giocare tra le lenzuola, a camminare in una città sconosciuta, ad osservare dei battelli da un ponte di Parigi. Chi glielo spiega, glielo spieghi tu? Io non saprei come giustificare queste immagini. D’altronde, devo ancora capire cosa ci faccio su questo balcone perso in una tempesta di un pomeriggio romano.

Flash-Forward o Wormhole?

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Notti stellate, battute al largo dei bastioni d’Orione e post incomprensibili

Le serate blog, non posso spiegartele. Non le capisco neanche io. Sembrano finire presto e in maniera anonima ma poi Vito, quando meno te lo aspetti, ti caccia una battuta di quelle esplosive. sì, certo… un po’ sporca. Non posso ripeterla qui e poi era in dialetto. Non te l’aspetti mai. Ha passato una serata a parlare di tecnologia: ginger qualcosa di android, froyo, linux, ubuntu, apple, mac book, mac book pro, mac pro, icloud, ipod e ipad. Sembriamo due cataloghi di amazon tra quelle cifre, quei nomi. La serata passa così, tra quella che continua a stare con uno del genere. L’altra che due giorni fa ti ha messo mezzo metro di lingua in bocca e ora non sa manco come ti chiami. E’ un mondo strano. Poi ci sono quelli/e che in questa cazzo di piazza non ci sono mai. Passeranno di qui, prima o poi. Diceva qualcuno e io l’ho ripetuto, povero idiota. Continua ad ascoltare i Sigur Ros che è meglio, il pop ti lascia solo cazzate. Cammini e ti manca Roma, un passo dopo manco per niente. Qua saluti gente a cui, forse, interessa almeno come ti chiami. ti giri e quella sta ancora con quel tipo e tu guardi manco fosse un quadro di Mirò “cosa cazzo vuol dire?”. Va bè, lo sai bene che quella linea così armoniosa è lei. Gira in maniera perfetta, su un altro sfondo sarebbe il luogo perfetto messo tra il bacio di Hayez e la notte stellata di Van Gogh e diciamoci la verità, non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro e non ho manco bevuto altrimenti il collegamento, magari saltellando tra una figura di Klee, te l’avrei trovato. Eh no, non ci è dato saperlo. Quante ne vedremo e quante ne vedrai blog, di donne che non capiremo mai che hanno appeso, a qualche tipo di muro, la loro femminilità e sono innamorate da non so quanti anni di uomini che non le amano e non le ameranno mai. Chissà quante ne hai vedute, chissà quante ne vedrai. E tu nel frattempo, e quanto dico tu dico io (questa non me la spiego) hai trescato con una che… cioè…mah…bo…ma davvero? Neanche a te capisco, e quando dico te dico io (continuo a non capire). Non ho bevuto blog e ora l’alcool sarebbe un’alibi perfetto. Ho bevuto un pessimo cocktail, non so nemmeno dirti cosa fosse. Insomma blog, sono serate che finisci di testa una tastiera a picchiare sulla spacebar manco fosse un bambino all’asilo che ti picchiava ritrovato tramite un viaggio nel tempo nell’istante esatto dove mena il te bambino. Ma poi esce quella battuta che ti fa fare la pace con il mondo. Che ti caccia fuori una risata sincera e che alla fine ti fa venire voglia di scrivere un altro di quei post senza senso. Uno di quelli che leggendolo ti fa dire: “ma questo come cazzo scrive” “che si è fumato” “oddio che figo da paura”. Insomma, sta roba qua. Ad un giorno e mezzo della partenza è quasi una chiusura accettabile. Ciao blog

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Casa e poeti

Tra i tanti piaceri di casa, oltre all’ozio (ehi ciao, come stai? Ti ricordi di me?) c’è lo spulciare i libri della biblioteca patria. Libri inconsultabili nei lontani lidi dove mi rifugio nelle pieghe continue della mia esistenza. Tra questi ce ne sono tanti di poesia. Leggendo, anzi, gustando uno di Eugenio Montale ho trovato questa qui:

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

La poesia, per uno che l’apprezza o addirittura prova ad esserne umile schiavo, riesce a percuotere quegli spazi che abbiamo continuamente il bisogno di riempire. Questa terra mi ispira continuamente. L’identificare i calanchi baciati dal sole con la propria anima porta a creare un profondo legame. Direi viscerale. Posso vivere a migliaia di chilometri di distanza ma l’argilla che da forma a questi colli sarà per sempre la solida materia con cui l’anima si è costruita. E così, queste parole che non c’entrano niente, si concatenano ad emozioni che hai provato sotto il fischio feroce del vento. E come sempre tutto c’entra. Tutto si ricollega. Anche poesie di poeti che queste terre non le hanno mai viste ma che sembrano recitate ogni giorno dal sole che muore tra i monti lontani dove nasce l’Agri

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Poco, o forse niente, da capire

Ho perso un attimo il ritmo ma il ritmo è una cosa che si recupera. Nel frattempo ho sempre scritto, te lo giuro. E ti dirò, mi piace quello che ho scritto e soprattutto quello che voglio scrivere dopo. Ritorno ora da una partita di pallone. Madonnina bella dell’incoronata che partita ho fatto. Dovrei scriverci qualcosa prima poi. Ieri notte non ho fatto la tosse. Credevo che l’avrei fatta per tutta la vita. Ho pensato ai suoi occhi, ma solo una volta. Ho visto nei miei sogni il volto dell’altra e mi è sembrato ancora più bello. Ho visto il sorriso di un’altra ancora, questa volta dal vivo, e mi è dispiaciuto non saper disegnare. Meritava una cappella sistina nuova, o qualche muro affrescato in qualche vicolo di Marconi. Voglio dire, almeno quello. Ho parlato. Dirai tu, bella forza. Ti assicuro che a volte preferisco fare elenchi sgrammaticati qui sui tuoi byte. Ho lasciato una poesia incompiuta aspettando gli altri. Le scrivo sul mio cellulare a volte.
Non c’è niente di più brutto. Devo prendere il vizio di riscriverle su un foglio di carta. Non si immaginano i colori su un monitor da 4 pollici. Ho avuto tanto a cui pensare e tanto tempo da sprecare. Ho fatto tutto a mo’ di regola d’arte. Un paio di nuove intenzioni che ti riguardano sono andate perdute come navi di pescatori dentro una tempesta leggendaria. Un nuovo post (questo lo scrivo dopo la partita, dopo la doccia, mentre cucino gli spinaci) e il fare un giro su quello degli altri. Tu lo hai fatto? Io no. Mi raccapezzerò e farò tutto, sempre con i mie tempi. I mie tempi? Pensavo, ho fatto grandi partite ultimamente, ma sono consapevole che dovevo farle a 8 anni? Ora non hanno senso. I miei tempi, tzè. Domani lavoro. questo vuol dire che scriverò (tranquillo, ha una sua logica). La farò morire quella poveretta e poi creperà pure lui. Ti assicuro, ti dispiacerà. Questo post non ha senso. Questo post è brutto. Ma dico che bisogna trovare spazio anche per post brutti e con una pessima struttura. Tra poco torno a casa. Poi, una volta a Roma andrò a vivere in una casa diversa. Cazzo, mi mancheranno i treni!!! Maledizione. Abiterò però ad un ottavo piano, sai su quelle finestre quante storie vedrò catapultarsi giù? O magari su. Poi ci sono sempre i gabbiani, le macchine che fuggono in vallate lontane (che ne sai che c’è dopo Porta Portese. Lo sai tu? Trastevere? Boh, magari no). A casa comunque ho un paio di cose da fare. Ho una primavera da studiare, sia lì che qui nella capitale. Cazzo, gli spinaci! ma tu, ci stai capendo qualcosa? Se lo capisci, mandami una lettera con il senso. Inviamela tra Giove e Venere che al tramonto sembrano due punti giganti. Dopo i due punti inizia il discorso diretto. Se hai qualcosa da dirmi parla, ti ascolto.

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Scampoli Pulp

Si accorse di essere un serial killer per colpa di quel grassone. Vederlo mangiare avidamente a bocca aperta lo indispettì. Uscì dal fast food e lo seguì fino ad un vicolo, lo fece girare e lo pugnalò. Il poveretto, che fino al momento del fendente non aveva capito, gli sorrise cortese. Questo gesto mutò in lui qualcosa. Mentre lo decapitava prese coscienza del suo problema. Capì che non aveva fatto una cosa buona: né al cadavere ai suoi piedi né ai 15 seppelliti senza testa nel suo giardino.

Era invalido da 40 anni ma non aveva mai ricevuto la pensione. Si interessò del caso il ragazzo della nipote. Nel giro di tre mesi arrivò il primo pagamento. Tornato dalla posta, felice, il vecchio trovò due uomini incappucciati nella sua casa. Sapevano benissimo cosa era andato a prendere. Il vecchio, sconfortato, chiese se prima poteva andare a prendere un bicchiere d’acqua per calmarsi. I due acconsentirono. quando tornò in stanza invece che l’acqua aveva in mano un fucile a pompa. Aveva aspettato per 40 anni, figurarsi se ora si faceva fregare da un paio di ladruncoli. Dimostrò sangue freddo. sparò, due volte. chiamò i carabinieri senza toccare i corpi. quando arrivarono fu grande la sorpresa, sia per la capacità del vecchio di sparare nonostante le gambe e la vista mal funzionanti sia perchè sotto i cappucci c’erano il direttore delle poste e il maresciallo del paese.

Ci aveva pensato ad ammazzarla ma non voleva essere ricordato come un assassino. Si fece trovare nella sua stanza con una pistola puntata alla tempia. Il suicidio. Sì, il suicidio era una idea così romantica e lei avrebbe fatto la parte del cattivo. Ma a vederla fredda e glaciale, totalmente indifferente al suo gesto venne preso dallo sconforto. Addirittura gli chiese se avesse provveduto a chiamare qualcuno per ritinteggiare le pareti. Scoppiò in lacrime. Non gli rimaneva nemmeno una fine dignitosa. Buttò via la pistola. Sbattendo a terra partì un colpo accidentale che la colpì in testa spalmandole il cervello lungo tutto il muro. “Ops” fu la sua espressione istintiva. Il suono della sua voce gli risultò molto comico. Scoppiò a ridere e disse al cadavere: “Facciamo così, quando torno dalla giamaica vengo io a dare una mano di bianco”.

Era stato un sicario della mafia. Si era ravveduto e si pentì collaborando con la giustizia. Iniziò una nuova vita con un’altra identità nel nord Italia. La vicina di casa, bussò alla porta per darle il benvenuto con una torta. Fu un gesto che lo commosse. La fece accomodare in soggiorno e tagliò il dolce. Si girò per chiedere se volesse qualcosa da bere. Malauguratamente si voltò troppo velocemente con il coltello in mano, la signora era dietro di lui per vedere se volesse una mano. Le tagliò la gola. La cosa lo rattristò molto. La polizia risolse tutto e lo mandò in un altro paese. Appena arrivato il padrone di casa gli fece vedere l’appartamento. Accidentalmente, al secondo piano, indicando la stanza dove avrebbe voluto mettere la camera da letto spinse l’uomo giù dalle scale. Morì sul colpo. Fu mandato in Svizzera. Mentre sistemava il tetto della baita fece cadere per sbaglio una tegola. Sfortuna volle che ci fosse un pastore proprio sotto di lui che era andato a chiedergli un informazione sulla strada che conduceva al villaggio. Partì per gli stati uniti dove cambiò in tutto 7 stati per aver ucciso, sempre involontariamente, una cameriera, un camionista, un fotografo, un venditore ambulante, una spogliarellista, una maestra d’asilo e un dogsitter. Gli ultimi due nello stesso momento. A quel punto gli proposero l’Antartide ma rispose che se mai ci fosse stato uno scienziato, nel raggio di 100 chilometri, in un modo o nell’altro lo avrebbe ammazzato. La morte, dopo tanti anni di abnegazione professionale, era diventata un suo gesto spontaneo. Non poteva evitarla. Si mise a girare il mondo. In India un vecchio, prima di morire per una sua gomitata fortuita, gli donò un lungo camice nero con un cappuccio. Gli sembrò una divisa adeguata per la sua nuova missione.

Non temete, è tutto normale. Sì, ho visto Tarantino ieri sera, forse è colpa sua. Per sdrammatizzare ho messo lo stencil di Banksy con le banane. Stiamo a giocà. La musica è adatta, dai.

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Clamorose scoperte

Tendenzialmente sono paranoico. Un po’ come tutti però. Perchè lo siamo tutti, non mentite. Quei periodi neri che sembrano non finire mai, i mille pensieri. Hai voglia il vangelo a farti l’esempio del giglio. Bello il giglio, bello! E’ vero, non si preoccupa di trovare lavoro ma io, poco poco, qualche ragionamento sul futuro dovrei farlo e giù di paranoie, tristezze e malinconie. Si mette il lavoro (che non c’è), l’amore (che non c’è) la salute (sorpresa, probabilmente ho una bronchite. Vai a capire poi, sono un fiorellino ma di notte sembra che sto per passare a dare il cinque alto al creatore). E via che il cervello, creato apposta per quello forse, si mette a trottorellare come le macchinette macina caffè (fa lo stesso rumore. diamine, abbisogno di una controllatina). Diciamoci la verità, i problemi sono i nostri screensavers. Non riusciamo a tenere un’unica schermata o magari a mettere quelli così rilassanti con le foto esotiche e dei paesaggi di montagna. No! Dobbiamo per forza mettere quello dei tubi di Windows 95. E che palle. Si allungano, si contorcono, si mischiano, si incrociano, si impapucchiano tutti. Seguine uno, dai. Ti sfido. Non capisci dove è andato. Manco nel gioco delle tre carte ti fregano così facilmente. Insomma, come ogni buon screensaver che si rispetti, dopo cinque minuti si aziona da solo. I suoi tubi iniziano a fare una ragnatela lungo lo schermo (nero, per giunta). Le icone, i nostri programmi, le nostre foto salvate spariscono. Il nostro è un computer della madonna ma lo teniamo in attesa dello screensaver. Sul nostro desktop disordinato (il mio è disordinato come la mia mente e la mia vita) nemmeno vediamo quante cose simpatiche, utili e grandiose abbiamo. I tubbbi (pronuncia alla Guzzanti) ci hanno ipnotizzato. Magari lo stiamo usando il programma e nemmeno ci accorgiamo della figata pazzesca che stiamo usando. A me è successo così oggi. Come tante volte nella mia vita, camminando da solo, ridevo. Lo so. Qualcuno potrebbe darmi del pazzo ma semplicemente pensavo a cose divertenti o semplicemente belle. Non è bello essere scoperti. E’ come se ti beccano a ballare da solo la macarena. Ma perchè? Un po’ ti accorgi di essere ridicolo ma penso che in questo caso non lo sia. Ma sai, i costumi sociali, le convenzioni e altre cagate del genere… insomma, camminavo sorridendo immerso in quello strano mondo qualche centimetro più indietro della fronte quando mi sento chiamare. Il mio coinquilino, lì per caso, non solo mi ha visto ma addirittura mi ha osservato per un po’: “E da lì su che ti osservo e stavi sempre a ridere. Che cazzo ti ridi?” A quella domanda, potenzialmente imbarazzante, non sapevo che rispondere. Di imbarazzarmi non avevo tempo, ero in ritardo, di dire una cazzata non ne avevo voglia e così ho risposto istintivamente. Sai blog, come quando scrivo quei post senza riflettere o pensare. Cosa hai da dire? paaaam dilla e basta. E così, da chissà dove in quegli abissi profondi, è uscita fuori una risposta senza la mia ben che minima mediazione: “Sono un uomo felice”. Azzzz. E allora è così? A 28 anni, con una probabile bronchite, con i mille pensieri che avevo fino a ieri, dopo un quasi esaurimento nervoso a dicembre lo scopro così, all’improvviso, in un qualunque primo giorno di primavera? No perchè le risposte istintive sono vere e subito dopo, riflettendoci, ho dovuto dare ragione alla mia psiche, vecchia bastarda che mi tiene nascosta ste verità tranquillizanti. E insomma, ho continuato a sorridere da solo, come al mio solito, sfidando i ben pensanti nascosti dietro le loro orride espressioni seriose. Che poi, la “nominata” da folle non è così vergognosa. Me ne fregio volentieri se questo vuol dire essere un uomo felice. Bene. Questa scoperta clamorosa mi ha cambiato la giornata. La gente mi sta leggermente più simpatica. Fuori dalle grandi vetrate di Giurisprudenza c’è il primo tramonto sul primo giorno di primavera.

Per la foto cercavo un sorriso, poi ho trovato questa foto. Spettacolare. La dedichiamo alla primavera, va. Mi ha fatto venire in mente il post dell’altro giorno e la voglia di perdermi in un prato. A quel punto pensare ad una donna, come avevo scritto, sopra di me a litigare con il sole per chi è più luminoso è stato facile. Quindi ho pensato a questa canzone. Una canzone che amo. L’idea dell’anima che rimane attaccata a delle labbra non è per niente triste. Da un senso di appagamento e di compiuto.

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